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Era
attesa da tempo: finalmente, fra le classi di laurea specialistica
(la cosiddetta laurea 'biennale' che nel nuovo ordinamento potrà
seguire la laurea triennale di base) previste dal recente decreto
ministeriale, compare anche l'informatica umanistica. Si tratta
di un passo importante che riconosce come, al di là dei suoi
aspetti più strettamente tecnici e ingegneristici, l'informatica
possa e debba ormai interessare anche lo studioso di scienze umane.
Basti pensare, del resto, al fatto che la maggior parte di noi usa
strumenti informatici per scrivere (e sempre più spesso anche
per leggere), per svolgere ricerche bibliografiche e raccogliere
documentazione, per comunicare con colleghi e amici: tutte attività
di evidente e diretta pertinenza umanistica.
Un
riconoscimento importante e dovuto, dunque, al quale occorrerà
al più presto affiancare anche il corrispondente riconoscimento
delle figure professionali che operano nel settore, sia nel campo
della didattica, sia in quello della ricerca. Figure che faticano
ancora a trovare un proprio spazio accademico, spesso obbligate
alla scelta fra settori scientifico-disciplinari di pertinenza prevalentemente
matematico-teorica e settori di pertinenza ingegneristico-applicativa.
L'informatica umanistica esiste insomma come corso di laurea, ma
chi la deve insegnare (e non potrà trattarsi né di
informatici teorici né di ingegneri, ma di figure dotate
di specifiche competenze umanistiche, pur se capaci di comprendere
e dialogare con la cultura tecnico-informatica) non ha ancora una
propria e coerente collocazione accademica.
Una
perplessità, tuttavia, sorge dalla lettura delle discipline
previste nella nuova classe di lauree. Vi troviamo infatti largamente
- e giustamente - rappresentati gli insegnamenti tipici di un corso
di laurea in lettere, ivi comprese discipline apparentemente assai
lontane dagli studi informatici (ma certo anche in questi casi l'uso
degli strumenti informatici può rivelarsi prezioso, e la
scelta ha dunque una propria ratio). Assai meno rappresentati -
con l'ovvia eccezione di quelle discipline che hanno tradizionalmente
svolto un'importante funzione di 'ponte' verso la cultura scientifica,
come la logica, la filosofia della scienza, la filosofia del linguaggio
- sono invece gli insegnamenti tradizionalmente presenti in un corso
di laurea in filosofia.
Si
tratta di una scelta condivisibile? A mio avviso no, per due ordini
di motivi. In primo luogo: per quale motivo chi si occupa ad esempio
di storia della filosofia dovrebbe aver meno bisogno di utilizzare
strumenti informatici (e meno interesse per le conseguenze teoriche
del loro uso nella propria attività di ricerca) di chi si
occupa ad esempio di orientalistica, o di storia? In secondo luogo,
la filosofia ha in molti casi un interesse specifico per alcuni
fra i risultati degli sviluppi in campo informatico. Chi si occupa
di etica o di filosofia morale non potrà (e in certi casi
non dovrà) forse esplorare anche il settore della computer
ethics, che tanta attenzione sembra suscitare non solo nel mondo
anglosassone? Chi si occupa di estetica non potrà trovare
interessanti spunti di ricerca nel settore della computer art,
o in discussioni su temi quali l'estetica e l'usabilità dei
siti Web? E anche chi si interessa di filosofia teoretica o di metafisica
non potrà trovare materia di riflessione nelle discussioni
- spesso esplicitamente filosofiche - relative a temi quali la realtà
virtuale?
Senza contare che l'assenza di molte discipline filosofiche dalla
tabella ministeriale avrà l'effetto di svantaggiare gli studenti
provenienti da una laurea triennale in filosofia rispetto a quelli
provenienti da una laurea triennale in lettere. Anche in questo
caso: perché?
Forse,
la ragione di queste omissioni è più profonda di quanto
potrebbe sembrare. Le tabelle ministeriali, per quanto costituiscano
un riconoscimento importante della fecondità dell'incontro
fra l'umanista e l'informatica, sembrano infatti prevedere un uso
prettamente strumentale e ancillare dell'informatica stessa da parte
dello studioso di scienze umane, a sua volta identificato in primo
luogo con lo studioso di materie letterarie. La necessità
di riflettere su questi strumenti anche da un punto di vista più
strettamente filosofico (un punto di vista dunque distinto rispetto
a quello che può avere il letterato o lo storico, così
come da quello - più attento alla dimensione mass-mediologica
delle nuove tecnologie - proprio dei corsi di laurea in scienze
della comunicazione) sembra invece essere stata trascurata. Eppure,
non si tratta certo del meno importante fra gli obiettivi che dovrebbero
caratterizzare l'informatica umanistica.
Gino
Roncaglia
[15
maggio 2001]
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