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Una laurea utile?

 

Sono passati quasi vent'anni da quando, nel gennaio 1983, Time decideva di assegnare al personal computer l'ambito titolo di 'uomo dell'anno'. L'articolo che illustrava i motivi della decisione osservava come i cambiamenti introdotti dall'informatica personale, lungi dal limitarsi al campo tecnico-scientifico, avrebbero riguardato un larghissimo spettro di attività umane: fra gli esempi portati, anche l'insegnamento della grammatica e l'avviamento dei bambini alla lettura.

L'articolo di Time proponeva un interrogativo al quale è tuttora assai difficile rispondere: "il computer cambierà la natura stessa del pensiero umano?" Se la risposta a questa domanda è ardua, non vi è però dubbio che le tecnologie per la produzione, elaborazione, trasmissione e conservazione di informazione in formato digitale abbiano cambiato metodi e abitudini di lavoro non solo di chi è impegnato nell'ambito delle cosiddette scienze 'hard', ma anche di chi si occupa di discipline umanistiche. Per fare solo qualche esempio, la maggior parte degli scrittori utilizza ormai il computer per produrre le proprie opere (e sappiamo bene che gli strumenti utilizzati per la produzione materiale di un testo non mancano di influenzarne la struttura e lo stile); le edizioni critiche sono sempre più spesso edizioni elettroniche; i modi di pubblicazione e circolazione dell'informazione all'interno delle varie comunità della ricerca umanistica (dai letterati agli storici, dai filosofi agli storici dell'arte, dagli archivisti ai bibliotecari, dagli archeologi agli studiosi di discipline sociali) sono ormai strettamente dipendenti dagli strumenti di rete, e ne sfruttano sempre più consapevolmente le potenzialità. In molti casi - ad esempio nelle discussioni su natura e rappresentazione di testi e documenti, o in quelle relative alle caratteristiche e alle funzioni di archivi e biblioteche, o ancora nel settore della sperimentazione artistica o musicale - l'informatica si propone non solo come mero ausilio strumentale, ma come fattore di profonda innovazione metodologica. L'uso delle nuove tecnologie dell'informazione e della comunicazione può così divenire, anche in campo umanistico, occasione per un ripensamento di alcune fra le assunzioni fondamentali che caratterizzano interi ambiti disciplinari. Molta acqua è dunque passata sotto i ponti da quando, nella seconda metà degli anni '40, Padre Roberto Busa SJ avvicinava i tecnici dell'IBM per proporre la 'folle' idea di realizzare un indice meccanizzato degli scritti di Tommaso d'Aquino (ne sarebbe nato il prezioso e monumentale Index Thomisticus).

Pur se in ritardo, questa evoluzione è stata recepita anche a livello istituzionale. L'informatica è così entrata nelle scuole di ogni ordine e grado, e la preoccupante situazione di arretratezza che i licei classici scontavano inizialmente in questo settore rispetto ai licei scientifici e agli istituti tecnici sembra finalmente avviata a ridursi. Anche in ambito universitario, gli insegnamenti legati alle nuove tecnologie dell'informazione hanno conquistato nuovi spazi all'interno della maggior parte delle facoltà e dei corsi di laurea ad indirizzo umanistico. A partire dal novembre 2000, l'istituzione di un curriculum di laurea specialistica in informatica umanistica ha finalmente e per la prima volta riconosciuto la specificità di questo settore di ricerca e l'importanza del prevedervi un'offerta formativa specifica, anche sulla base dei rilevanti sbocchi occupazionali esistenti.

Tutto bene, dunque? Non proprio. Recentemente, diversi organi di informazione (dal Corriere della Sera a Libero) hanno attribuito al Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca l'intenzione di includere la laurea in informatica umanistica (che numerose università, a partire da quella di Pisa, si avviano ad attivare) all'interno di un calderone di pretese 'lauree inutili' che sarebbe preferibile abolire. Evidentemente, non manca chi continua a ritenere l'informatica disciplina di interesse unicamente tecnico e ingegneristico, e considera dunque l'espressione 'informatica umanistica' una sorta di bizzarro ircocervo terminologico. Una posizione contro la quale ha reagito - con una lettera aperta al Ministro - un gran numero di docenti e ricercatori attivi nelle facoltà umanistiche di atenei italiani e stranieri. Nella lettera si osserva come l'assurda idea di considerare 'inutile' l'informatica umanistica nasca probabilmente in primo luogo dalla scarsa conoscenza di un settore di ricerca ormai consolidato a livello nazionale e internazionale (in ambito anglosassone questo campo di studi è identificato ormai da tempo dall'espressione Humanities Computing), che ha prodotto negli ultimi decenni un cospicuo patrimonio di studi specialistici e una letteratura periodica ormai affermata, con testate come "Literary and Linguistic Computing", "Computing and Humanities", "Journal of the Association for History and Computing".

La reazione è a mio avviso giusta e pienamente condivisibile. Ma la sua stessa necessità mostra come la ricca e vivace comunità di studiosi e ricercatori attiva in Italia nel settore dell'informatica umanistica debba forse fare di più per far conoscere (e riconoscere) natura ed importanza del proprio campo di lavoro.

Gino Roncaglia

[25 giugno 2002]

 
 
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