Il testo che segue ha aperto il dibattito sugli e-book nell'ambito
del forum Divenire rete del portale Web di MediaMente,
ed è servito come introduzione alla discussione nella giornata
di studio Quali
e-book per la didattica e la ricerca? svoltasi all'Università
della Tuscia l'8 maggio 2001. È inoltre compreso nel libro
elettronico Intorno all'e-book disponibile all'interno della
e-Library
dell'Università.
Il termine 'libro' è - lo sappiamo bene - un termine ricco
di significati e dalla connotazione assai ampia. In particolare,
possiamo usarlo per parlare dell'oggetto fisico che funge da supporto
dell'informazione ("questo libro ha una pessima rilegatura"),
o per parlare dell'oggetto informazionale, del testo ("questo
libro mi ha commosso fino alle lacrime").
Si tratta di due significati in parte distinti, ma generazioni
di studi e interventi sul tema della 'cultura del libro' ci hanno
insegnato a non considerarli così indipendenti come potrebbe
sembrare. Da un lato, infatti, nel parlare di un tipo di oggetto
forniamo in realtà spesso informazioni anche sull'altro.
Nel dire "questo libro ha 736 pagine" mi riferisco al
supporto materiale (o forse, più esattamente, a un concetto
intermedio, quello di 'edizione', che potrebbe a sua volta essere
fatto corrispondere o a una classe di oggetti fisici dotati di specifiche
proprietà comuni o a un oggetto astratto), ma fornisco, attraverso
una serie di ragionevoli assunzioni sulla quantità di testo
contenuta in media in una 'normale' pagina di libro, informazioni
che riguardano anche il testo ("è un libro piuttosto
lungo"). Dall'altro, certe caratteristiche strutturali dei
testi sono strettamente legate alle caratteristiche del tipo di
supporto fisico che sarà usato per leggerli e ai suoi meccanismi
di produzione materiale: opere come l'Encyclopedie di Diderot e
d'Alembert non sarebbero state concepibili non solo senza certi
specifici cambiamenti nella composizione, nelle competenze e nelle
aspettative del pubblico dei lettori, ma anche senza la disponibilità
di specifiche tecnologie di stampa.
Quando parliamo di 'leggere un libro', ci riferiamo a entrambi
i significati sopra ricordati: leggere un testo, e leggerlo su un
supporto di un certo tipo. Un supporto che di norma ha dimensioni
fisiche abbastanza standard, che compriamo in libreria, conserviamo
negli scaffali della nostra biblioteca, leggiamo magari in poltrona
o a letto prima di addormentarci, possiamo portare con noi in viaggio,
possiamo prestare o regalare a un amico, e possiamo riprendere in
mano a distanza di anni per rileggere un passo o controllare una
citazione, magari riscoprendo le note a margine che avevamo aggiunto,
a matita, all'epoca della prima lettura. Questo spazio di possibilità
fa parte della connotazione che attribuiamo abitualmente al termine
'libro'.
Non occorre troppa fatica per osservare che quando parliamo di
testi elettronici e di documenti elettronici parliamo (o abbiamo
finora parlato) di qualcosa di diverso. Il testo elettronico della
Divina Commedia non è un libro: permette di compiere operazioni
diverse da quelle possibili attraverso un libro a stampa - operazioni
spesso preziose per l'analisi e la miglior comprensione del testo
- ma, almeno fino alla diffusione dei primi lettori per e-book,
non permetteva di compiere (o non permetteva di compiere in maniera
semplice) operazioni che fanno parte delle abitudini quotidiane
di generazioni di lettori, come leggere a letto. Non stupisce dunque
che uno degli argomenti più usati (e abusati) nella disputa
ininterrotta fra sostenitori della testualità stampata e
sostenitori della testualità elettronica sia quello della
scomodità del supporto: "chi leggerebbe un libro sullo
schermo di un computer?". E non a caso molti profeti della
'nuova testualità' cadono miseramente sul più semplice
banco di prova, affrettandosi a stampare su carta i risultati più
interessanti delle loro navigazioni in rete.
Il libro elettronico, o e-book, nasce per modificare questa situazione,
e avvicinare l'esperienza di lettura di un testo elettronico a quella
di un testo su carta. Non a caso anche il termine 'e-book' può
riferirsi sia all'oggetto fisico, il 'lettore' di libri elettronici
(strumento dall'aspetto assai diverso da quello dei computer ai
quale siamo abituati, e che dovrebbe avere il peso, le dimensioni
e la portabilità di un normale libro a stampa) sia all'oggetto
informazionale, il testo elettronico che viene conservato nella
memoria del 'lettore' e visualizzato sul suo schermo.
Si tratta di una sfida che può essere vinta? Gli e-book
sono davvero in grado di insidiare l'editoria cartacea sul terreno
che le è proprio, offrendo - prima ancora delle mirabolanti
possibilità di archiviazione, manipolazione e integrazione
multimediale del testo - uno strumento che possa essere letto comodamente,
senza far rimpiangere il libro su carta? I libri elettronici, insomma,
possono essere davvero dei libri?
La risposta a queste domande - evidentemente centrali per capire
se e quale futuro abbiano gli e-book - sarà a mio avviso,
sul lungo periodo, positiva. Ma nell'immediato la situazione è
assai più complessa. Non tanto, si badi, per un problema
tecnologico: i primi 'lettori' per e-book sono pieni di difetti
e ancora piuttosto primitivi (come ci si può aspettare da
oggetti di prima generazione), ma indicano chiaramente che il cammino
è percorribile. Il problema è altrove. Ferratissimi
sul piano delle tecnologie e dei modelli di business, i protagonisti
del settore sembrano talvolta aver dedicato minor attenzione alle
caratteristiche del libro come oggetto culturale. Proprio questa
carenza, temo, getta alcune ombre sul futuro immediato del libro
elettronico, e rischia di condannare al fallimento i primi sforzi
in quest'ambito.
Proverò a esporre i miei dubbi proponendo otto tesi, che
riassumono cosa secondo me i libri elettronici non dovrebbero essere.
Il libro elettronico NON è un formato alternativo per visualizzare
del testo sullo schermo di un computer tradizionale. Né il
computer da tavolo né i normali computer portatili possono
competere col libro a stampa in quanto a facilità d'uso e
portabilità. I libri elettronici - se vogliamo che abbiano
un futuro - devono poter essere letti utilizzando strumenti che
per dimensioni, peso, portabilità siano più vicini
al libro che al computer. Chiamare (come troppo spesso si tende
a fare, anche da parte dei protagonisti del settore) 'libri elettronici'
testi destinati a essere visualizzati attraverso programmi disponibili
solo per i computer tradizionali confonde le idee ai lettori, conferma
i pregiudizi contro l'effettiva usabilità degli e-book, e
in definitiva danneggia il settore.
Il libro elettronico NON nasce per essere stampato. Se leggendo
un testo su un dispositivo informatico sento il bisogno di stamparlo,
vuol dire che non sto leggendo un libro elettronico, o almeno non
sto leggendo un libro elettronico 'riuscito'. Corollario: i formati
di visualizzazione per e-book sono (dovrebbero essere) cosa diversa
dai formati per l'impaginazione e la stampa (su carta) di documenti
elettronici.
Il libro elettronico NON deve essere un oggetto 'volatile', che
rischia di scomparire ogni volta che devo cambiare dispositivo di
lettura o sistema operativo. I libri sono oggetti persistenti: quando
compro un libro mi aspetto di poterlo conservare nella mia biblioteca
per anni ed anni. Si buttano giornali e riviste, dopo averli letti,
ma di solito non si buttano i libri. L'uso di meccanismi di protezione
che rendono illeggibile il libro elettronico dopo un certo numero
di cambiamenti nel dispositivo di lettura o di reinstallazioni del
relativo software è incompatibile con queste abitudini, e
scoraggia il lettore dall'investire soldi nella costruzione di una
propria biblioteca. In definitiva, dunque, anche questa impostazione
danneggia le prospettive di sviluppo del settore.
Corollario: i meccanismi di tipo 'pay per view' possono funzionare
per film, giornali, riviste (in generale, per informazione 'di flusso'),
ma NON per i libri. Non a caso, nel caso degli stessi film noleggiamo
le videocassette che desideriamo vedere una volta, ma acquistiamo
quelle che amiamo di più.
Il libro elettronico NON deve basarsi su formati chiusi e proprietari.
L'esperienza del Web insegna che l'uso di standard pubblici ed aperti
è la migliore garanzia per la diffusione e l'affermazione
di un medium elettronico. Nel caso degli e-book, gli standard aperti
sono quelli proposti dall'Open E-book Forum (formato OEB). Occorre
dunque che i programmi di lettura offrano la possibilità
di importare e, per le opere non protette, di esportare direttamente
il testo elettronico da e verso tali formati.
Il libro elettronico NON deve essere un oggetto chiuso neanche dal
punto di vista della fruizione: deve poter essere commentato, annotato,
prestato, regalato proprio come è possibile fare nel caso
dei libri su carta, sfruttando anzi le maggiori possibilità
di circolazione e condivisione dell'informazione messe a disposizione
dalle nuove tecnologie. E' tecnicamente possibile garantire la salvaguardia
dei diritti di autori ed editori senza bisogno di impedire queste
operazioni, che sono del resto fondamentali per aiutare la diffusione
dei libri.
Il libro elettronico NON deve essere pensato come strumento destinato
unicamente alla lettura di informazioni testuali: deve essere possibile,
come già accade nel caso dei libri a stampa, l'inserimento
di illustrazioni, tabelle, formule scientifiche e matematiche, e
deve essere inoltre possibile - se l'autore ritiene opportuno farne
uso - l'inserimento di contenuti multimediali come suoni e video.
Il libro elettronico NON deve orientarsi unicamente verso la visualizzazione
o la lettura di testi lineari, così come NON deve orientarsi
programmaticamente verso la visualizzazione o la lettura di ipertesti:
deve essere aperto a entrambe le possibilità, permettendo
all'autore di strutturare il proprio testo nel modo da lui considerato
più conveniente.
Se le ultime due tesi, che riguardano la potenza espressiva degli
e-book, sembrano abbastanza condivise, le prime sei - almeno a giudicare
dalla situazione attuale - sembrano esserlo solo in minima parte.
Sarebbe interessante sapere, dai protagonisti del settore, quali
di queste condizioni ritengano effettivamente condivisibili e quali
no, e le ragioni delle loro scelte.
Gino
Roncaglia
[maggio
2001]
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