L'articolo
che segue è stato pubblicato sul n. 3/2002 (a. XXIII, dicembre
2002) della rivista Intersezioni,
pp. 353-376. Osservazioni e commenti sono particolarmente graditi.
1. Premessa
La consapevolezza del rilievo che gli strumenti informatici e telematici hanno
assunto anche nel mondo della cultura umanistica è ormai – superate le resistenze
iniziali – largamente diffusa. Nel corso degli anni ’80, la maggior parte degli
studiosi di scienze umane guardava al computer con sospetto o con fastidio,
dando per scontato che nessuna tecnologia elettronica avrebbe potuto affiancare
(e men che mai sostituire!) i propri strumenti tradizionali di lavoro: carta
e penna, libro, biblioteca, le preziose schede in cartoncino Bristol… Meno di
vent’anni dopo, le stesse persone si muovono ormai con una certa disinvoltura
fra word processor, e-mail, CD-ROM e cataloghi on-line.
E tuttavia non ogni resistenza è stata superata. Spesso, le nuove tecnologie
vengono sì utilizzate, ma con una sorta di implicita riserva mentale: il computer
e la rete sono solo strumenti, ausili pratici per un lavoro che, si tiene
a sottolineare, resta comunque fondamentalmente inalterato. L’edizione critica
di un testo può essere preparata utilizzando un programma di videoscrittura
al posto di carta e penna (o macchina da scrivere), ma l’obiettivo finale è
produrre – in maniera magari più comoda – lo stesso volume a stampa che
si sarebbe realizzato con metodi più tradizionali. Un articolo – o un’intera
rivista – possono essere pubblicati su Web, ma la loro struttura resta quella,
tranquillizzante, alla quale ci hanno abituato le riviste cartacee (accompagnata
magari da un certo disagio dell’autore per l’esse diminutum che la comunità
accademica sembra ancora attribuire alle pubblicazioni elettroniche). Un messaggio
veloce può essere affidato alla posta elettronica, ma per una lettera più impegnativa
o formale si ricorre comunque alla solidità e sicurezza del supporto cartaceo.
Molte fra le riserve mentali che accompagnano l’uso in ambito umanistico degli
strumenti informatici e telematici sono comprensibili. E qualcuna è, credo,
anche condivisibile. Ma nella continua riaffermazione del carattere meramente
strumentale delle nuove tecnologie, e nel rifiuto di riconoscerne il rilievo
metodologico e talvolta addirittura fondazionale, si cela una singolare cecità
teorica. Proprio chi ha studiato – e anzi teorizzato – la non neutralità degli
strumenti materiali di produzione della cultura rispetto alle forme della cultura
stessa, chi ha messo in rilievo la portata dei cambiamenti introdotti dalla
rivoluzione Gutenberghiana nelle forme della testualità, sembra oggi in molti
casi sorprendentemente insensibile davanti allo studio delle caratteristiche
e delle potenzialità della testualità elettronica, dell’interattività, dell’integrazione
multimediale. L’interesse, quando si manifesta, è accompagnato da riserve o
preoccupazioni più o meno esplicite: i nuovi modi di produzione, organizzazione,
diffusione dell’informazione sono visti come fattori di ribaltamento o cancellazione
di valori culturali acquisiti, più che come momenti di un cammino culturale
non necessariamente lineare ma comunque nel solco di una tradizione consolidata,
marcato da problemi ed esigenze largamente costanti e condivise.
Lo status teorico e lo stesso riconoscimento di una disciplina come l’informatica
umanistica risentono di questa situazione. Se le nuove tecnologie dell’informazione
e della comunicazione sono da considerare meri strumenti di lavoro, privi di
uno specifico rilievo teorico, qual è il senso di un’espressone come informatica
umanistica? Non ci si dovrebbe semmai limitare a parlare di (singole, specifiche,
limitate) applicazioni informatiche in campo umanistico? Se invece l’informatica
e la telematica sono viste come una minaccia, uno strumento di potenziale sovvertimento
per molti fra i valori riconosciuti della cultura umanistica, il termine informatica
umanistica non rischia di denotare, se non un ossimoro, una sorta di composto
chimico instabile e potenzialmente esplosivo, con il quale sarebbe preferibile
non fare troppi esperimenti?
Le due posizioni che abbiamo appena delineato – quella che potremmo definire
‘riduzionista’ e quella di più radicale ed esplicito rifiuto – sono naturalmente
diverse, ma il loro effetto combinato rischia di produrre conseguenze nefaste
non solo a livello teorico ma anche sul sistema dell’università e della ricerca.
Certo, qualche competenza informatica si dovrà ben dare anche ai laureandi di
discipline umanistiche (ed ecco comparire corsi di fondamenti dell’informatica
o esercitazioni pratiche spesso modellate sui programmi ECDL – la cosiddetta
patente europea del computer). Ma a farlo dovranno essere delle rassicuranti
figure ‘tecniche’, comunque marginali rispetto al corpo docente ‘umanista’:
esercitatori, o docenti di informatica. Certo, molti progetti di ricerca prevedono
ormai l’uso di strumenti informatici: dalla realizzazione di banche dati o siti
Web all’analisi quantitativa dei testi, dall’uso della posta elettronica per
i contatti all’interno della comunità dei ricercatori allo sviluppo di strumenti
per la didattica a distanza. Ma l’ideazione, la realizzazione e la gestione
di questi strumenti è spesso e volentieri demandata ad ‘esperti’ esterni: non
di rado, aziende informatiche interessate ad ampliare il proprio parco clienti
oltre i confini del mondo industriale privato, e naturalmente portate a proporre
– con minimi adattamenti – piattaforme e soluzioni sviluppate in ambito aziendale,
di norma assolutamente inadatte alle esigenze specifiche della ricerca e della
didattica in ambito umanistico.
Dal canto loro gli informatici di professione, depositari della specificità
di un sapere informatico considerato unico e non articolabile disciplinarmente,
e giustamente poco preoccupati dalla scarsa considerazione (spesso cordialmente ricambiata)
loro riservata dal corpo docente delle facoltà umanistiche, si mostrano più
che disponibili a tappare questi buchi, che rappresentano comunque sbocchi accademici
e occasioni per espandere l’influenza della corporazione. L’apparente ‘integrazione
dei due saperi’ diventa così solo un’occasione – rassicurante tanto per l’informatico
quanto per l’umanista – per ribadirne la rispettiva specificità e dunque, a
ben vedere, l’irriducibile eterogeneità.
Fortunatamente, esistono anche importanti fattori in grado di impedire questo
tipo di involuzione. Da un lato, le applicazioni dell’informatica e della telematica
in ambito umanistico sono ormai così numerose e rilevanti, e spesso dotate di
così alta specificità tecnica e teorica, da richiedere necessariamente qualcosa
di più di una semplice collaborazione strumentale fra i due ambiti disciplinari.
E, su un fronte e sull’altro, la consapevolezza di questa realtà comincia a
diffondersi. Dall’altro, se una minima ‘manualità’ informatica costituisce ormai
un prerequisito per qualsivoglia sbocco occupazionale, è lo stesso mercato del
lavoro a mostrare una decisa preferenza per le figure in grado di integrare
questa manualità con la capacità di selezionare e organizzare informazione –
capacità da sempre connaturata a una buona formazione umanistica – e con una
specifica consapevolezza della natura, delle caratteristiche, delle potenzialità
degli strumenti informatici utilizzati a questo fine.
Nonostante la diffidenza presente tanto fra gli informatici quanto fra gli
umanisti, l’informatica umanistica tende dunque a crescere e svilupparsi ‘sul
campo’, anche sfruttando il provvidenziale volano rappresentato dalla insopprimibile
curiosità pratica e teorica dell’umanista per i propri strumenti di lavoro.
Questo tipo di sviluppo, tuttavia, se testimonia i preziosi anticorpi presenti
in ogni buon ricercatore per i ruoli troppo rigidi e i confini disciplinari
troppo marcati, rende difficile una riflessione consapevole sulla specificità
teorica dell’informatica umanistica, sul suo status disciplinare, sulle sue
basi metodologiche, sulle forme del suo insegnamento curricolare. Cos’è, dunque,
l’informatica umanistica, e quale ruolo dovrebbe avere nel sistema universitario
italiano?
2. Lo status teorico della disciplina
Su natura, oggetto, metodologie dell’informatica umanistica, nonostante le
difficoltà sopra ricordate, esiste ormai una letteratura abbastanza ampia. Una
letteratura che deve moltissimo al lavoro pionieristico di molti fra i primi
‘esploratori’ di quest’ambito disciplinare. In Italia dello status teorico e
della collocazione istituzionale dell’informatica umanistica si è occupato in
particolare Tito Orlandi, in numerosi articoli e interventi;
ma spunti e riflessioni di grande interesse sono venuti anche, in sedi talvolta
‘formali’ (articoli o convegni) e talvolta informali (discussioni attraverso
mailing list, tavole rotonde ecc.),
da Guido Abbattista, Padre Roberto Busa S.J., Dino Buzzetti, Fabio Ciotti, Domenico
Fiormonte, Giuseppe Gigliozzi, Maurizio Lana, Massimo Parodi, Antonio Zampolli,
Andrea Zorzi e molti altri: su alcuni di questi interventi, orientati ovviamente
spesso in direzioni fra loro diverse, avremo occasione di soffermarci in seguito.
Solo raramente (e soprattutto grazie ad Orlandi) la discussione ha tuttavia
assunto un carattere esplicitamente fondazionale; ancor meno – i due elementi
sono forse collegati? – è riuscita a far breccia all’esterno della ristretta
comunità degli ‘addetti ai lavori’. Così come limitata agli addetti ai lavori
sembra essere la consapevolezza del fatto che il dibattito italiano sull’informatica
umanistica non è fenomeno locale e di bassa cucina accademica, legato all’assegnazione
di qualche cattedra o prebenda, ma è parte integrante del più vasto dibattito
internazionale sullo status della disciplina spesso designata con le etichette
anglosassoni di Humanities Computing o Computers and the Humanities. Un dibattito
che, come si ricorda in un recente documento in difesa della dignità accademica
e disciplinare dell’informatica umanistica sul quale pure avremo occasione di
tornare,
ha prodotto negli ultimi decenni un cospicuo patrimonio di studi specialistici
(ricordiamo fra gli altri i nomi di Willard McCarty, Manfred Thaller, Espen
Aarseth, Lou Burnard, Susan Hockey, Jean_claude Gardin, Jan Christoph Meister,
John Lavagnino, John Nerbonne, Geoffrey Rockwell, Harold Short, Roland Sussex),
e una letteratura periodica ormai affermata, con testate come “Literary and
Linguistic Computing”, “Computing and Humanities”, “Journal of the Association
for History and Computing”. E tuttavia, pur se su scala diversa, anche il dibattito
internazionale – soprattutto quando tocca direttamente il problema dello status
disciplinare dell’informatica umanistica – sembra spesso soffrire di una certa
difficoltà di comunicazione verso l’esterno, e in particolare verso le due vastissime
comunità che sarebbe più importante coinvolgere: quella degli studiosi di scienze
umane che tendono a (o credono di) utilizzare il computer come mero ausilio
strumentale e poco si preoccupano delle conseguenze teoriche e delle potenzialità
di tale uso, e quella degli informatici. Non sarà, ancora una volta e almeno
in parte, conseguenza della mancanza di un effettivo e visibile consenso (teorico
ma anche pratico, costruito dunque anche attraverso manuali di larga diffusione,
curricula di insegnamento ragionevolmente uniformi, ecc.) su temi e metodologie
che dovrebbero caratterizzare la nuova disciplina?
Lou Burnard, nel sostenere la tesi (volutamente provocatoria e a mio avviso
non condivisibile) secondo cui “una cosa come l’«informatica umanistica» non
esiste”, propone un’osservazione sulla quale ritengo dovremmo riflettere: “trovo
degna di nota la frequenza con cui essa [l’informatica umanistica] si definisce
in negativo, come qualcosa di diverso da un'infinità di altre cose che essa
potrebbe, presumibilmente, essere”.
Non penso si tratti di un caso: la ricerca di una definizione ‘per distinctiones’
rappresenta infatti una tendenza sin troppo naturale – forse addirittura necessaria
– per una disciplina che, come si è accennato, è nata e si è sviluppata in primo
luogo ‘sul campo’ e in un contesto in rapidissima evoluzione, anziché attraverso
un’esplicita e matura riflessione teorica. Non v’è dubbio, d’altro canto, che
il tentativo di delimitare i confini dell’ambito di indagine proprio dell’informatica
umanistica possa essere coronato da successo solo se accompagnato dallo sforzo
di individuarne – in positivo – le specificità tematiche e metodologiche. Credo
che per chiarire in maniera soddisfacente (il che significa anche: suscettibile
di accoglimento al di fuori della comunità degli addetti ai lavori) cosa
sia l’informatica umanistica occorra affrontare almeno cinque compiti, fra loro
strettamente interrelati:
- delimitarne il campo di indagine, distinguendo l’informatica umanistica
da settori, discipline, indirizzi didattici e di ricerca contigui (o percepiti,
magari erroneamente, come contigui);
- individuarne in positivo i nuclei tematici fondamentali: quali sono gli
argomenti al centro dell’interesse dell’informatica umanistica, sia dal punto
di vista della ricerca, sia da quello della didattica?
- individuarne la specificità metodologica. Il che significa, fra l’altro,
individuare la ragione per la quale le tematiche e gli indirizzi di ricerca
che si ritengano propri dell’informatica umanistica non costituiscano un semplice
aggregato di ‘nuovi saperi’ raccolti in maniera accidentale, per il solo fatto
di riguardare in maniera diretta o indiretta l’uso di applicazioni informatiche
nell’ambito delle scienze umane, ma un insieme organico dotato di dignità
disciplinare;
- chiarire quale debba essere il rapporto fra la disciplina così individuata
e le altre discipline di ambito umanistico, supposto – come sembra naturale
fare – che queste ultime debbano in qualche modo utilizzare (e spesso sviluppare
in direzioni specifiche) strumenti concettuali e di lavoro elaborati o studiati
dall’informatica umanistica;
- individuare le forme organizzative e gli strumenti migliori per promuovere
lo sviluppo della ricerca e della didattica della disciplina. Questo richiede,
in particolare, che sia affrontato il problema del riconoscimento accademico
dell’informatica umanistica, che siano discussi e individuati curricula di
insegnamento ragionevolmente uniformi, che venga sviluppata una letteratura
manualistica e divulgativa di buona qualità e di larga diffusione.
3. Alcune considerazioni ‘in negativo’
L’ordine nel quale questi compiti sono stati qui elencati non corrisponde al
loro rilievo teorico o alla loro connessione logica, ma piuttosto a considerazioni
pragmatiche. Ovviamente, la delimitazione del campo di indagine proprio dell’informatica
umanistica – per essere fondata – deve essere conseguenza e non premessa dell’individuazione
delle specificità tematiche e metodologiche della disciplina. E tuttavia, dal
punto di vista operativo, piantare subito alcuni paletti di confine può aiutare
– nello sforzo di comprendere in positivo cosa sia l’informatica umanistica
e quali ne siano i metodi – a concentrarsi su un ambito di lavoro più specifico
ed omogeneo.
In occasione di un incontro dedicato nel novembre 2000 a questi temi dall’università
di Trieste per iniziativa di Guido Abbattista, avevo provato ad affrontare –
sia sulla scorta della mia esperienza didattica sia su quella, ben più importante,
delle osservazioni e indicazioni già disponibili in letteratura – proprio questo
compito. Il primo paletto che può essere utile piantare riguarda il fatto che
l’informatica umanistica e il suo insegnamento in abito universitario non possono
identificarsi con la mera ‘informatizzazione di base’ degli studenti delle facoltà
umanistiche. Si tratta del resto di una osservazione già avanzata nel citato
rapporto del 1999 prodotto dal progetto Socrates Advanced Computing in the
Humanities. Condivido
dunque le parole con le quali Guido Abbattista introduceva l’incontro triestino:
“l’area dell’informatica umanistica (…) deve essere accuratamente distinta dall’informatica
di base. La cosiddetta informatizzazione di base esula dai nostri interessi,
che riguardano piuttosto l’individuazione di specifiche applicazioni metodologicamente
rilevanti nei diversi campi disciplinari”. Ovviamente,
questo nulla toglie alla necessità dell’informatizzazione di base, che deve
articolarsi in almeno due direzioni (o meglio, deve tener presenti almeno due
dimensioni): quella della competenza pratica nell’uso dei principali sistemi
operativi e delle più diffuse tipologie di programmi applicativi (con un’ovvia
e particolare attenzione verso i programmi orientati alla produzione e gestione
di testi e basi di dati e all’uso degli strumenti di rete), e quella della conoscenza
delle basi teoriche fondamentali della rivoluzione informatica e telematica
(a partire dai concetti di informazione in formato digitale, di codifica e di
algoritmo, dalle componenti principali dell’architettura di un computer, dai
fondamenti della comunicazione telematica, dalle principali tipologie di rete,
dalle caratteristiche e funzionalità di Internet). Ma queste
competenze – che fanno o dovrebbero fare ormai parte della formazione di base
di qualunque cittadino consapevole – saranno sempre più spesso fornite dall’istruzione
scolastica,
nonché, essendo il computer strumento ormai diffusissimo in mille aspetti della
vita quotidiana dei giovani (a cominciare dai giochi), anche da naturali processi
di autoapprendimento individuale. L’istruzione universitaria dovrà certo richiamarle,
integrarle e approfondirle; soprattutto, dovrà collegarle operativamente alle
necessità specifiche dei vari indirizzi di insegnamento. Ma la specificità disciplinare
dell’informatica umanistica risiede, credo, altrove.
C’è un secondo – e assai rilevante – settore di ricerca che viene talvolta
ricordato come punto di convergenza fra informatica e discipline umanistiche
(ma in questo caso più che alle discipline umanistiche nel loro complesso il
riferimento è in primo luogo al campo logico-filosofico): la riflessione sui
fondamenti teorici dell’informatica. Non vi è dubbio che tale riflessione sia
nata, e si sia in parte sviluppata, in ambito logico-filosofico. Così come non
vi è dubbio che molte considerazioni legate alla natura della comunicazione
e allo sviluppo di modelli dei fenomeni comunicativi, o al concetto di informazione,
abbiano avuto un ruolo importante nell’orientare e indirizzare lo sviluppo dell’informatica,
soprattutto nelle prime fasi della storia di questa disciplina. E tuttavia tenderei
a non considerare il campo dei fondamenti dell’informatica come principale e
precipuo interesse dell’informatica umanistica: come ha giustamente osservato
al riguardo Dino Buzzetti, “la riflessione sui fondamenti teorici dell'informatica
(…) riguarda piuttosto la filosofia, o l'informatica, o entrambe”.
In altri termini, nonostante la sua estrema rilevanza teorica, questa riflessione
non mette di per sé in discussione gli strumenti, i metodi e le pratiche di
lavoro dello studioso di scienze umane.
Un terzo ambito che pure sarà seguito con estremo interesse dallo specialista
di informatica umanistica, ma che credo faccia parte solo parzialmente della
sfera di diretta pertinenza della disciplina, è rappresentato
dall’insieme di tematiche che potremmo provare a raggruppare sotto l’etichetta
di ‘authoring multimediale’. Argomenti come lo sviluppo di siti web e di prodotti
multimediali, i relativi criteri di usabilità e accessibilità, le caratteristiche
degli strumenti software di gestione e sviluppo disponibili, hanno certo un
preciso rilievo anche teorico, e sono collegati a complessi problemi di psicologia
e ingegneria della conoscenza: problemi che l’esperto di informatica umanistica
non dovrà ignorare, e alla cui soluzione potrà spesso contribuire. Ma a mio
avviso l’informatica umanistica dovrà occuparsi a pieno titolo di queste tematiche
solo quando e nella misura in cui esse si applichino a informazioni di diretto
interesse per lo studioso di discipline umanistiche. Progettare l’interfaccia
per un sito di commercio elettronico, e interrogarsi sulla sua usabilità, è
dunque compito certo dotato anche di una propria e precipua dimensione teorica,
ma esterno agli interessi diretti di chi si occupa di informatica umanistica.
Mentre costui potrà e dovrà porsi, a pieno titolo, problemi per certi versi
analoghi di interfaccia e usabilità nella progettazione – ad esempio – di una
biblioteca digitale, di una edizione elettronica, di una rivista in rete. E’
dunque auspicabile che un curriculum di studi di informatica umanistica possa
prevedere anche insegnamenti relativi all’authoring multimediale e alla progettazione
delle interfacce. Insegnamenti che tuttavia faranno in primo luogo riferimento
a principi e riflessioni generali sviluppati nel contesto degli studi di teoria
e scienze della comunicazione. Ma per l’informatica umanistica tali insegnamenti
ausiliari risulteranno rilevanti nella misura in cui saranno utilizzati in maniera
mirata, applicandoli ai dati e alle tipologie di informazione per essa rilevanti.
In quarto luogo, anche se il compito non è sempre facile, credo debba essere
distinto dall’informatica umanistica in senso stretto l’ampio settore di indagine
rappresentato dallo studio dell’impatto sociale, economico e politico delle
nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione. Settore che ovviamente
interessa tutti noi, come cittadini chiamati a comprendere le caratteristiche
della società che ci circonda, a indirizzarne le scelte, a garantire diritti
come quelli all’accesso e alla libera circolazione dell’informazione. Ma anche
questi temi, che sono del resto ampiamente presenti nelle nuove discipline di
scienze e sociologia della comunicazione e nei relativi corsi di laurea e curricula
di studio, interesseranno direttamente l’informatica umanistica solo quando
e nella misura in cui risulterà di diretta pertinenza dell’umanista la particolare
tipologia di comunicazione analizzata. Rientreranno così nella sfera di interesse
dell’informatica umanistica – come argomenteremo fra breve – temi come l’evoluzione
del libro o della scrittura, le nuove forme di comunicazione all’interno della
comunità accademica (e in particolare della comunità umanistica), i mutamenti
negli strumenti e nelle pratiche didattiche delle proprie discipline;
mentre non vi rientreranno direttamente temi come i mutamenti introdotti
dalle nuove tecnologie nelle forme della politica, le caratteristiche della
New Economy, gli aspetti sociologici, psicologici, pedagogici
di carattere generale legati all’uso delle nuove tecnologie nella comunicazione
interpersonale.
4. I contenuti
Sappiamo bene che le distinzioni in questi ambiti non sono sempre facili, e
i confini risultano spesso incerti e fluttuanti. Anche per questo, è ovviamente
necessario passare dalla pura delimitazione ‘in negativo’ del settore d’indagine
alla individuazione concreta della sfera d’interesse, dei compiti, delle caratteristiche,
della metodologia proprie dell’informatica umanistica.
Per avviare questo lavoro, una prima strategia può essere rappresentata dal
tentativo di enumerare alcuni fra i settori di ricerca che sono stati al centro
della riflessione (e del lavoro concreto) di quelli fra gli studiosi di discipline
umanistiche che negli ultimi decenni hanno più consapevolmente assunto gli strumenti
informatici come componente essenziale del proprio lavoro quotidiano. Adottando
questa strategia, risulterà credo indubbio che al centro dell’interesse dell’informatica
umanistica debba essere la riflessione
- sulle metodologie di rappresentazione e codifica dell’informazione pertinente
per il lavoro dell’umanista: in primo luogo testi (letterari e non), ma anche
suoni, immagini, video, quando essi siano considerati non semplicemente come
fatto comunicativo ma come prodotti culturali complessi e strutturati, soggetti
a interpretazione e dotati di proprie dimensioni intertestuali e paratestuali;
- sulle modalità di produzione, identificazione, manipolazione, gestione,
distribuzione, reperimento e conservazione nel tempo di tali informazioni;
- sull’associazione all’informazione di base delle opportune metainformazioni
strutturali e descrittive.
A questi ambiti di riflessione si ricollegano, direttamente o indirettamente,
settori ed esperienze di lavoro di grande rilievo; proviamo ad elencarne qualcuno
(si tratta ovviamente di settori fra loro strettamente interconnessi e talvolta
parzialmente sovrapposti):
- l’uso degli strumenti informatici per l’ecdotica e la filologia, con particolare
riferimento alla realizzazione di edizioni elettroniche di testi (è ormai
chiaro che gli strumenti informatici e telematici consentono la realizzazione
di edizioni critiche elettroniche dalle caratteristiche almeno parzialmente
diverse rispetto a quelle delle tradizionali edizioni critiche cartacee: quali
sono dunque i nuovi paradigmi da adottare, in che modo cambia – se cambia
– il concetto di testualità, quali forme possono assumere l’apparato critico,
la rappresentazione del testo restituito e delle varianti, il rapporto fra
testo e strumenti per la sua analisi e fruizione – indici, concordanze, ecc.
–, la visualizzazione della dipendenza fra le fonti, e così via);
- l’uso dei linguaggi di marcatura per la rappresentazione delle caratteristiche
strutturali e formali (ma anche semantiche) dei testi e per l’associazione
ad essi di metainformazioni descrittive e interpretative, nonché la connessa
riflessione su sistemi di metadati e loro ontologia. Un campo, questo, che
ha ricevuto un deciso impulso dalla diffusione in tutti i settori della ricerca
umanistica prima di SGML e oggi di XML, e dalle relative specifiche proposte
dalla Text Encoding Initiative (TEI) per la codifica di documenti testuali;
- lo studio di strumenti per l’associazione di metainformazioni descrittive
a informazioni non testuali (suoni, immagini, video, dati numerici e geografici)
di diretto interesse per lo studioso di scienze umane;
- la riflessione sul concetto di documento digitale e sulle sue caratteristiche,
con particolare riferimento alle modalità e agli strumenti utilizzati per
la sua produzione (e all’influsso di tali strumenti sulle forme del documento
prodotto), alla sua struttura e organizzazione interna (differenze fra organizzazione
lineare e ipertestuale dell’informazione, tipologie diverse di ipertesti,
organizzazione di basi di dati, ecc.), alla sua identificazione (con il connesso
problema di distinguere e gestire versioni successive, varianti, marcature
diverse di uno stesso documento), alla sua distribuzione e fruizione (gestione
dei diritti, interfacce hardware e software per la consultazione, la lettura,
la ricerca), alla sua manipolazione, alla sua conservazione nel tempo (information
repositories, archivi e biblioteche digitali, che sono nel contempo –
e in maniera assai più strettamente integrata di quanto non avvenisse nel
mondo cartaceo – istituzioni per la conservazione e per la distribuzione dell’informazione),
al suo reperimento (OPAC e strumenti di indicizzazione, inventariazione e
ricerca on-line).
Si noterà come tutti questi ambiti di lavoro rappresentino interessi largamente
comuni e trasversali rispetto alle diverse discipline nelle quali si articola
la ricerca di ambito umanistico: un letterato, uno storico, un filosofo avranno
certo bisogno anche di strumenti specifici, così come di una specifica
riflessione sulla ricaduta nel loro particolare ambito disciplinare degli strumenti
e delle tematiche ‘trasversali’ che abbiamo cercato di delineare; ma avranno
altrettanto bisogno di principi, metodologie, strumenti teorici (e pratici)
comuni, e dunque di una disciplina comune che aiuti ad elaborarli. Così come,
del resto, uno storico, un letterato, uno storico della filosofia utilizzeranno
ciascuno nel proprio ambito disciplinare strumenti e metodologie ricavate da
discipline autonome e in questo senso trasversali, come la filologia o la paleografia.
Ma su questo tema torneremo fra breve. Prima, credo possa essere opportuno
ricordare altri due settori di lavoro che, pur se in qualche misura ‘ancillari’
rispetto al nucleo tematico fondamentale sopra indicato, interessano direttamente,
sia dal punto di vista pratico sia da quello teorico, il lavoro dello studioso
di scienze umane.
Il primo di tali settori è costituito dalla riflessione sui nuovi strumenti
per la circolazione dell’informazione all’interno della comunità umanistica.
Riviste e pubblicazioni elettroniche, liste di discussione, convegni on-line,
e anche il semplice uso delle e-mail stanno profondamente mutando i canali di
comunicazione che la comunità degli studiosi utilizza nel proprio lavoro quotidiano,
e questi mutamenti non mancano a loro volta di influenzare le caratteristiche
della ricerca e della didattica. Basti pensare, per fare solo un esempio, all’aumento
del lavoro collaborativo in un settore – quello delle discipline umanistiche
– che era stato spesso (e a torto) considerato appannaggio pressoché esclusivo
del lavoro solitario e dello ‘splendido isolamento’ dello studioso. Anche se
ovviamente non tutti i mutamenti ai quali assistiamo nel contesto della produzione
materiale della cultura umanistica sono direttamente o unicamente determinati
dai mutamenti tecnologici, l’area di interazione fra queste due sfere è sicuramente
notevole, e credo rientri in maniera abbastanza naturale nel campo d’interesse
dell’informatica umanistica.
Il secondo settore al quale vorrei fare riferimento è quello dei mutamenti
nella didattica delle discipline umanistiche. I mutamenti che le nuove tecnologie
stanno determinando nelle forme e nei mezzi della didattica – nelle università
così come nelle scuole di ogni ordine e grado e nella formazione permanente
– sono sotto gli occhi di tutti, e sono oggetto di un acceso dibattito anche
al di fuori della comunità umanistica. Come ho già avuto modo di accennare,
non credo che l’informatica umanistica debba rivendicare la pertinenza esclusiva
di questa discussione, che riguarda anche altre discipline e – nei suoi aspetti
generali – è probabilmente di diretta pertinenza della pedagogia. Credo tuttavia
che, in una sorta di gerarchia a tre livelli nella quale la pedagogia si occupa
degli aspetti metodologici più generali, l’informatica umanistica debba occuparsi
della ‘sfera intermedia’ costituita dai cambiamenti introdotti dall’uso dell’informatica
e della rete nelle metodologie e nelle pratiche didattiche comuni all’insieme
delle discipline umanistiche, lasciando a sua volta alle discipline specifiche
– dalla letteratura alla storia, dalla filosofia alla storia dell’arte, dall’insegnamento
delle lingue alla geografia – la riflessione su strumenti e metodologie ad esse
peculiari.
5. I metodi
Si è parlato sin qui delle aree di interesse che possono essere fatte rientrare
nella sfera di diretta pertinenza dell’informatica umanistica. Perché tuttavia
questo elenco non risulti una mera enumerazione estrinseca di semplici ‘contesti
d’uso’ delle nuove tecnologie in ambito umanistico, occorre domandarsi se la
disciplina della quale stiamo cercando di individuare la natura sia anche caratterizzata
da una propria e specifica identità metodologica. Tito Orlandi sottolinea a
questo riguardo, credo giustamente, l’importanza che ha per l’informatica umanistica
l’uso di procedure computazionali basate su formalizzazioni rigorose, elaborate
a partire dalla costruzione di modelli simbolici dei propri oggetti di studio.
A suo avviso occorre “vedere nei simboli lo strumento per mettere in atto una
computazione che riproduca in modo formale, per quanto e fino a quanto ciò sia
possibile, i ragionamenti (che chiamerei storicisti) finora attuati nell’ambito
delle discipline umanistiche”.
Credo che i due aspetti, convergenti, della modellizzazione e del rigore formale
rappresentino effettivamente il principale comun denominatore metodologico di
tutti i lavori più interessanti del settore, e – come già sostenuto da Orlandi
– permettano di riconoscere fra quelli che possono essere considerati gli ascendenti
diretti dell’informatica umanistica le ricerche influenzate dallo strutturalismo
e dalla semiologia. L’informatica
umanistica dunque
- utilizza le nuove tecnologie dell’informazione come strumento conoscitivo
e interpretativo;
- vede nella codifica dei dati e delle informazioni di proprio interesse,
nonché nell’individuazione ed esplicitazione dei processi di elaborazione
– e quindi di manipolazione simbolica – ai quali essi vengono sottoposti,
l’occasione per una riflessione rigorosa sulla natura stessa di tali dati,
sulla rete di relazioni semantiche e strutturali che possono essere individuate
al loro interno, sui modelli interpretativi adottati per darne conto;
- riconosce, analizza e utilizza consapevolmente la capacità di strutturare
e organizzare informazione che i linguaggi, le procedure e gli strumenti informatici
possiedono proprio in quanto strumenti linguistici e di manipolazione simbolica,
dotati di proprie e specifiche caratteristiche e potenzialità;
- ritiene che questo lavoro possa e debba essere svolto nel pieno rispetto
della particolare natura del proprio oggetto di studio, che non è solo prodotto
storico e culturale – giacché in una forma o nell’altra lo sono i prodotti
di ogni attività umana – ma fa della propria specifica dimensione di oggetto
storico e culturale parte costitutiva del proprio essere, parte della
propria capacità semiotica.
Se si accettano queste premesse, credo ne derivino alcune conseguenze che è
bene esplicitare:
- la peculiarità metodologica dell’informatica umanistica non risiede unicamente
o in primo luogo nell’interesse – comunque rilevante – per la pura analisi
statistico-quantitativa dei dati presi in considerazione (siano essi testi
letterari, documenti, tabelle di dati, brani musicali o quant’altro); semmai,
risiede in primo luogo nella loro rappresentazione strutturata, nella loro
modellizzazione, nella loro elaborazione;
- l’informatica umanistica offre certo strumenti e potenzialità nuove, e si
propone come protagonista di un’innovazione di ampia portata nei metodi e
negli strumenti di lavoro dello studioso di scienze umane; non lo fa però
attraverso il rifiuto o il ripudio della tradizione di studi umanistici preesistente,
ma attraverso il suo recupero e allargamento. Lo studioso di informatica umanistica
non è un ingegnere in camice bianco, non è un nemico dei libri e della scrittura,
non pretende (giacché anche questo è stato scritto!) di ‘riformattare’ il
patrimonio culturale del passato: è un umanista, pienamente consapevole della
propria eredità culturale e impegnato – come e forse persino più di altri
– nella sua conservazione, nella sua diffusione, nel suo studio;
- la metodologia dell’informatica umanista non è ‘decostruzionista’; non è
cioè necessariamente e programmaticamente caratterizzata da quella particolare
attenzione al superamento delle strutture ‘forti’ propria dell’impostazione
post-strutturalista della ‘nuova semiotica’ francese, che ha direttamente
influenzato parte della ricerca sugli ipertesti. La
possibilità di utilizzare gli strumenti informatici con la funzione di montare
e smontare strutture narrative, saggistiche, interpretative, anche attraverso
la costruzione di sistemi ipertestuali complessi, interessa al contrario l’informatica
umanistica proprio perché questo tipo di manipolazioni simboliche è analizzabile
e formalizzabile, si basa su precise scelte di rappresentazione e organizzazione
dei dati;
- ciò nulla toglie, tuttavia, alla possibilità di elaborare per gli stessi
fenomeni una pluralità di modelli alternativi, che operino scelte diverse
e anche incompatibili nella selezione degli aspetti rilevanti dei fenomeni
studiati, nonché nella loro rappresentazione e codifica. L’informatica umanistica
accoglie e anzi esplicitamente prevede (e studia!) tale possibilità, riconoscendovi
un aspetto non secondario della polisemia tipica di ogni prodotto culturale
complesso.
6. Il rapporto con le altre discipline
Quello del rapporto fra informatica umanistica e le altre discipline (in particolare
le discipline umanistiche) è tema delicato e dibattuto. Anche fra gli studiosi
di scienze umane che utilizzano con maggior impegno e consapevolezza – e con
migliori risultati – gli strumenti informatici nell’ambito del proprio lavoro
disciplinare, è diffusa l’idea che l’informatica umanistica non debba essere
considerata come una disciplina autonoma, ma piuttosto come etichetta generica
per indicare l’esigenza di una particolare attenzione verso l’influsso delle
nuove tecnologie sulle singole discipline umanistiche, sole ad essere
provviste di autentico status disciplinare. Non vi sarebbe posto, insomma, per
uno studioso di informatica umanistica, ma solo per uno storico, un letterato,
un filosofo, un geografo, un archeologo, capaci di riflettere sui cambiamenti
introdotti dai nuovi strumenti di lavoro e di ricerca nel proprio ambito disciplinare
e di padroneggiarne – per quanto metodologicamente rilevante e praticamente
utile – le relative tecnologie. Le modificazioni introdotte dall’informatica
nel lavoro dei vari settori disciplinari nei quali si articola la ricerca umanistica
sarebbero sì rilevanti (anche metodologicamente), ma per così dire ‘locali’:
più e prima che di informatica umanistica si dovrebbe dunque parlare di informatica
per la storia, informatica per gli studi filologici e letterari, e così via.
Naturalmente, i sostenitori di questa tesi non sono tanto sprovveduti da negare
interesse al confronto fra le esperienze di lavoro di studiosi impegnati nell’affrontare,
in ambiti disciplinari diversi, questioni (e resistenze!) in parte simili. Ecco
dunque che l’informatica umanistica diventa, più che una disciplina, una sorta
di comoda ‘casa comune’ per questo confronto.
Credo che alla base di questa posizione – che, come risulterà chiaro da quanto
fin qui sostenuto, ritengo sbagliata – siano due considerazioni assolutamente
condivisibili, ma dalle quali dovrebbero essere a mio avviso derivate altre
e ben diverse conclusioni. La prima di tali considerazioni è che l’uso dei nuovi
strumenti informatici e telematici introduce modificazioni rilevanti (pratiche,
teoriche, metodologiche) anche a livello delle singole discipline umanistiche.
E’ perfettamente naturale, ad esempio, che un letterato consideri almeno in
prima istanza di sua pertinenza la questione della possibilità, delle
potenzialità, dei limiti della narrativa ipertestuale; così come è naturale
che uno storico riconosca lo specifico interesse per la propria disciplina
di questioni come il cambiamento dei concetti di documento e di fonte, o un
filosofo sia particolarmente sensibile – oltre che alle questioni generali di
filosofia dell’informatica alle quali si è già fatto cenno – a temi come le
implicazioni filosofiche delle ricerche su realtà virtuale o intelligenza artificiale.
Sono convinto che l’informatica umanistica non possa e non debba proporsi
come mera somma di questi interessi disciplinari specifici;
tanto più che, come si è visto, credo che alcuni di essi – pur perfettamente
legittimi dal punto di vista della singola disciplina umanistica interessata
– non riguardino l’informatica umanistica in quanto tale. L’informatica umanistica
non nasce cercando di ‘rubare’ alle altre discipline umanistiche settori di
loro pertinenza. Nasce piuttosto dal riconoscimento di un insieme di problemi
e di metodologie che sono trasversali, comuni all’insieme delle discipline umanistiche
in quanto discipline umanistiche, nel loro incontro con le nuove
tecnologie dell’informazione e della comunicazione.
Pensiamo ad esempio ai problemi posti dalla marcatura dei testi. I testi sono
oggetto per eccellenza dell’attenzione dello studioso di discipline umanistiche:
è davvero pensabile affrontare il problema degli standard per la loro marcatura,
delle ontologie di metadati, dei relativi strumenti di visualizzazione e ricerca,
in maniera indipendente e separata per ogni disciplina? O non risulterà invece
anche intuitivamente chiaro che si tratta di un tema che, prima di essere rilevante
per le singole discipline, è dotato di una propria dimensione, insieme
specifica (per la tipologia degli strumenti, delle soluzioni e delle metodologie)
e trasversale (per la generalità delle tipologie di testi da considerare)? Lo
stesso potrebbe dirsi, ad esempio, per quanto riguarda lo studio di forme e
caratteristiche delle edizioni elettroniche, o per quanto riguarda la natura
e lo sviluppo degli strumenti (riviste elettroniche, libri elettronici, liste
di discussione, ecc.) per la circolazione dell’informazione all’interno della
comunità umanistica. Più in generale, credo che lo stesso possa dirsi per tutti
gli argomenti che ho cercato di individuare nella quarta sezione di questo articolo.
Si tratta certo di argomenti che hanno anche rilevanti ricadute specifiche
e disciplinari. E sicuramente orientamenti, metodologie, soluzioni sviluppate
nell’ambito dell’informatica umanistica dovranno essere riprese, approfondite,
per così dire ‘localizzate’ all’interno dei singoli settori disciplinari. Ma
almeno nei casi sopra ricordati – anche per garantire il miglior livello tecnico
e l’adeguatezza teorica delle soluzioni adottate – questo lavoro più specifico
non può prescindere da una fase di elaborazione ‘centrale’ e comune, che veda
impegnati studiosi dotati delle necessarie competenze pratiche, teoriche e metodologiche.
D’altro canto, credo che la strada della ‘dispersione disciplinare’ sia controproducente
anche rispetto al riconoscimento della piena dignità teorica delle riflessioni
sui cambiamenti introdotti dalle nuove tecnologie nelle singole discipline.
Willard McCarty ha a mio avviso espresso molto bene questi rischi, e portato
un forte argomento anche pragmatico a favore della dignità disciplinare dell’informatica
umanistica, sostenendo che
Evidence for it [the transformation of knowledge
due to new electronic media] in the humanities, the Geisteswissenschaften,
often goes unobserved because those engaged in the affected research are pursuing
specific disciplinary questions and tend not to notice how the computer is altering
their work cognitively and methodologically. When they do, their observations
tend to be desultory and to be published in the journals and books of the fields
within which the primary research questions were framed. Thus isolated, the
scattered bits of evidence for the effects of computing tend to be inconclusive
or even seem trivial in themselves.
Thus the curiously persistent though obviously
absurd statement that the computer is "just a tool" – as if the means
of knowing had nothing whatever to do with what is known. From my perspective,
as an observer and practitioner of humanities computing – that is, the application
of the computer to the arts and letters – it is as if the bits and pieces of
a potentially coherent activity were going on independently in numerous scattered
mountain villages, each isolated from the other, with little communication among
them.
Si accennava a un secondo argomento portato dai sostenitori delle informatiche
disciplinari contro l’autonomia teorica dell’informatica umanistica; l’argomento
è ben riassunto in questa osservazione di Andrea Zorzi:
è giusto puntare a formare dei generici 'informatici umanisti'
(che rischiano di saperne più di software che di contenuti specialistici tradizionali)
o è meglio (come si suggerisce di fare a Pavia) puntare a formare degli storici,
degli archeologi, degli italianisti, etc. con solide competenze informatiche
specifiche e specialistiche?
A mio avviso alla base di questo interrogativo, pur legittimo,
vi è un duplice fraintendimento: da un lato, l’idea che l’informatica
umanistica – così come viene proposta dai suoi sostenitori – sia
una disciplina insieme troppo generica (dal punto di vista del suo
contenuto ‘umanistico’) e troppo specialistica (dal punto di vista
del suo contenuto ‘informatico’) per poter essere di serio aiuto
a chi lavora all’interno di un contesto disciplinare specifico;
dall’altro, l’idea che la formazione di studiosi di informatica
umanistica sia in conflitto con la formazione di storici, archeologi,
italianisti “con solide competenze informatiche e specialistiche”.
Per quanto riguarda il primo aspetto, nelle sezioni quarta e quinta
di questo intervento ho cercato di mostrare come il campo d’indagine
dell’informatica umanistica non sia né generico, né specificamente
o unicamente ‘orientato al software’: le tematiche che ne fanno
parte rientrano a pieno titolo nella sfera di interesse di chi si
occupa di discipline umanistiche. Per quanto riguarda il secondo
aspetto, mi sembra che l’esistenza di studiosi di informatica umanistica
non solo non possa essere d’ostacolo, ma debba essere anzi una precondizione
(non certo l’unica) per la formazione – da tutti auspicata – di
storici, archeologi, filosofi, italianisti, geografi, dotati di
solide competenze informatiche e specialistiche. Così come, riprendendo
un esempio già proposto, il riconoscimento disciplinare della filologia
e la presenza di buoni filologi rappresentano precondizioni per
avere storici, storici della filosofia, critici letterari ecc. dotati
delle competenze filologiche necessarie nei rispettivi ambiti disciplinari,
e capaci di specializzarle e focalizzarle applicandole ai loro specifici
settori di ricerca.
Ritengo dunque che l’esistenza dell’informatica umanistica considerata come
disciplina autonoma, dotata di solide basi teoriche e metodologiche, non solo
non sia in contrasto ma sia una precondizione per lo sviluppo di quelle che
ho altrove chiamato ‘informatiche umanistiche specifiche’. Che dal canto loro
conservano intatta la loro specifica rilevanza interna ai settori scientifico-disciplinari
di rispettiva pertinenza.
Tema delicato è anche quello del rapporto dell’informatica umanistica con l’informatica
e – più in generale – con la complessa e variegata galassia disciplinare che
ruota attorno alle scienze dell’informazione e della comunicazione. Credo risulterà
chiaro dalle osservazioni fin qui svolte che l’informatica umanistica non rappresenta
e non può rappresentare una sorta di ‘strumento di colonizzazione’ delle discipline
umanistiche da parte di quelle informatiche. Lo studioso di informatica umanistica
è e resta prima di tutto un umanista. E tuttavia il richiamo all’informatica
presente nell’intitolazione stessa della disciplina non è gratuito: corrisponde
all’idea che in quanto scienza del trattamento automatico dell’informazione
l’informatica abbia anche a che fare con informazione di diretta pertinenza
umanistica. Il terreno dell’informatica umanistica, e la figura dello studioso
che se ne occupa, rappresentano dunque il punto d’incontro e di collaborazione
fra due tradizioni disciplinari che devono incontrarsi e collaborare,
perché la necessità di questa collaborazione è inscritta nel genoma di entrambe.
Chi si occupa di informatica umanistica avrà quindi bisogno non solo di un discreto
bagaglio di conoscenze informatiche (che non rappresenteranno un corpo di conoscenze
estraneo o meramente strumentale, ma saranno piuttosto parte integrante dei
suoi interessi di lavoro), ma anche dello stimolo, delle idee, degli strumenti
elaborati nel campo delle scienze dell’informazione. Il suo lavoro sarà per
molti versi interno al campo delle scienze dell’informazione, senza per
questo dover minimamente abdicare alla propria natura di lavoro umanistico.
Se gli studiosi di scienze umane e quelli di informatica si renderanno conto
che fra le rispettive aree di interesse esiste un’intersezione non vuota, e
che tale intersezione – a patto di riconoscerne e valorizzarne una specificità
che è anche disciplinare – rappresenta terreno fecondo di collaborazione e di
scambio, sarà stato compiuto un passo prezioso per tutti, anche nell’ottica
(per molti versi un po’ miope, ma comunque comprensibile) del rafforzamento
delle rispettive posizioni accademiche.
Una speciale attenzione merita infine il ruolo che possono avere nel quadro
fin qui delineato le discipline della documentazione, e in particolare archivistica
e biblioteconomia. Credo sia qui in gioco una duplice questione: quella – più
generale – del rapporto fra tali discipline e l’insieme delle discipline umanistiche,
e quella – più specifica, ma utile occasione per un ripensamento complessivo
anche della prima questione – del loro rapporto con l’informatica umanistica
in particolare. Una discussione articolata di tali questioni supera sia i limiti
delle mie competenze, sia quelli di questo articolo. Mi limito dunque a partire
da un’osservazione credo difficilmente contestabile: molti fra i lavori più
interessanti per l’informatica umanistica sono nati e si sono sviluppati nell’ambito
delle discipline della documentazione. Archivistica e biblioteconomia hanno
accolto e utilizzato gli strumenti informatici rendendosi conto – spesso prima
e meglio di altre discipline umanistiche – delle profonde conseguenze che lo
sviluppo e l’uso di tali strumenti comportavano non solo a livello pratico,
ma anche a livello metodologico. L’attenzione verso la standardizzazione e quella
verso le ontologie dei metadati, componenti essenziali del bagaglio culturale
di archivisti e bibliotecari, hanno contribuito a innalzare la qualità e l’interesse
dei risultati da loro raggiunti attraverso l’impiego di strumenti informatici.
In passato, il lavoro svolto dagli studiosi di discipline della documentazione
ha ricevuto un’attenzione credo insufficiente da parte dei loro colleghi umanisti.
La stessa presenza accademica di tali discipline, concentrata soprattutto nelle
facoltà di Beni culturali, risulta solo in alcuni casi adeguata nelle facoltà
di Lettere e filosofia. La mia impressione è che lo sviluppo e il rilievo assunto
dagli strumenti informatici e telematici in ambito umanistico impongano un ripensamento
anche del ruolo delle discipline della documentazione, che proprio in questo
settore si rivelano fondamentali dal punto di vista metodologico. Il settore
dell’informatica umanistica può essere il luogo teorico di tale ripensamento,
e il rilievo che possono assumere al suo interno esperti di formazione archivistica
e bibliotecaria è a mio avviso notevolissimo.
7. Ruolo e riconoscimento accademico della disciplina
Il problema delle forme e dei modi di insegnamento dell’informatica umanistica
e le connesse questioni del suo riconoscimento accademico e della determinazione
dei relativi curricula sono stati al centro di un dibattito piuttosto ampio,
sia a livello internazionale sia a livello
nazionale.
In particolare, per quanto riguarda la situazione italiana, il fattore più rilevante
nello sviluppo del dibattito è indubbiamente rappresentato dall’istituzione,
nel novembre 2000, della classe delle lauree specialistiche in informatica per
le discipline umanistiche.
Una ricostruzione di questo dibattito, e un esame del curriculum previsto per
la laurea specialistica, richiederebbero molto più spazio di quello disponibile
in questa sede. Non vi è dubbio, tuttavia, che l’istituzione della classe di
lauree specialistiche rappresenti un passo di grande importanza per il riconoscimento
del ruolo dell’informatica umanistica, sia a livello istituzionale sia nella
percezione della comunità degli studiosi. Diverse università hanno avviato o
sono sul punto di avviare corsi di laurea specialistica ricompresi in tale classe,
ed è ragionevole ritenere che con l’attivazione di tali corsi l’informatica
umanistica possa finalmente conquistare un proprio ruolo specifico nel sistema
universitario italiano.
Tuttavia, a quanto pare, questo passo non è bastato a produrre tutti gli effetti
desiderati. Nell’estate 2002 si è infatti sviluppato un acceso dibattito su
alcune dichiarazioni attribuite al Ministro dell’Istruzione Letizia Moratti.
In tali dichiarazioni, il Ministro avrebbe inserito la laurea in informatica
umanistica fra quelle considerate ‘inutili’ e delle quali si auspicava la soppressione.
La reazione della comunità degli studiosi non si è fatta attendere, ed ha assunto
la forma di un documento che, ricostruendo la storia e difendendo il ruolo della
disciplina, ne ribadisce l’importanza nel quadro degli studi umanistici. Tale
documento ha raccolto numerose adesioni, non solo
all’interno del mondo accademico, ed è auspicabile che l’occasione venga sfruttata
per costituire legami più stretti fra persone e indirizzi di ricerca che – pur
essendo inevitabilmente fra loro diversi e diversamente orientati – condividono
l’obiettivo comune di una crescita sia della visibilità sia del ruolo istituzionale
dell’informatica umanistica.
Anche se questa reazione sembra aver scongiurato il rischio di una radicale
delegittimazione della disciplina, la vicenda è – credo – sintomatica delle
difficoltà ‘di immagine’ e di collocazione istituzionale che essa deve affrontare.
Il superamento di tali difficoltà non si prospetta né facile né indolore: a
mio avviso, esso richiede che siano perseguiti almeno i quattro obiettivi seguenti:
- la rimodulazione di alcuni dei parametri curricolari previsti
dalla attuale tabella della classe di lauree specialistiche in
informatica per le discipline umanistiche, in modo da agevolare
l’accesso alla laurea specialistica agli studenti provenienti
da un più largo numero di corsi di laurea triennale di ambito
umanistico. Tale rimodulazione, oltre ad avere l’effetto credo
benefico di allargare lo spettro delle competenze di base prese
in considerazione, amplierebbe
il bacino potenziale di utenza e renderebbe dunque l’istituzione
della laurea specialistica più appetibile in molte situazioni
nelle quali il timore di raccogliere un basso numero di iscritti
ne ha finora sconsigliato l’attivazione;
- la previsione di un settore scientifico disciplinare specifico, unica strada
per rendere possibile l’attivazione di un meccanismo efficace di reclutamento,
e la crescita coerente della presenza della disciplina nel maggior numero
possibile di facoltà umanistiche.
Occorrerà, a tal fine, superare una difficoltà oggettiva e rilevante: quella
di conservare il carattere trasversale dell’informatica umanistica e di ribadirne
il rilievo per l’intero spettro delle discipline umanistiche, nonostante tali
discipline risultino suddivise in aree diverse (l’area 10 per le Scienze dell'antichità,
filologico-letterarie e storico-artistiche, e l’area 11 per le Scienze storiche,
filosofiche, pedagogiche e psicologiche), con la conseguente necessità di
collocare il settore nell’una o nell’altra di tali aree. In prospettiva, una
soluzione a questo problema potrebbe consistere nella previsione di una nuova
area che raggruppi le scienze della documentazione (dotate di un analogo carattere
interdisciplinare) e l’informatica umanistica, o, più in generale, le metodologie
per la produzione, elaborazione, distribuzione e conservazione di informazione
in formato digitale di pertinenza umanistica. Non si tratta necessariamente
né dell’unica né della migliore delle soluzioni, ed è avanzata qui come semplice
possibilità. Sul piano pragmatico, un passo intermedio già rilevante – ma
anche rischioso, per l’evidente pericolo di determinare una frattura tanto
più facile in quanto corrispondente a ‘confini accademici’ preesistenti –
potrebbe consistere nell’istituzione di un settore di informatica umanistica
in entrambe le aree. Per risultare almeno minimamente coerente con le tesi
qui esposte, tale opzione dovrebbe prevedere che le declaratorie di tali settori
siano elaborate e proposte congiuntamente dall’intera comunità degli studiosi
di informatica umanistica e facciano esplicito riferimento a una base tematica
e metodologica comune;
- la moltiplicazione delle occasioni di discussione e interazione all’interno
della comunità degli studiosi, anche attraverso l’individuazione di forme
stabili di collegamento e raccordo. Accanto agli obiettivi fin qui ricordati,
questa interazione dovrebbe proporsi di favorire lo studio e l’elaborazione
di curricula ragionevolmente uniformi per gli insegnamenti esistenti (e per
quelli di nuova attivazione);
- l’elaborazione di strumenti manualistici e divulgativi capaci di rivolgersi
non solo all’interno della comunità di ricerca e al pubblico ‘naturale’ degli
studenti di corsi di laurea in ambito umanistico, ma (il riferimento alla
divulgazione – ovviamente di qualità – non è incidentale) a larghi strati
di opinione pubblica colta, che mancano spesso delle informazioni e delle
competenze necessarie a comprendere e utilizzare consapevolmente i nuovi strumenti
messi a disposizione dell’umanista dalla rivoluzione informatica e telematica,
e che in molti casi non sono quindi in grado di percepire l’interesse e il
rilievo teorico e metodologico del lavoro svolto nel campo dell’informatica
umanistica.
8. Conclusione
Le tesi fin qui proposte, e la strada delineata per arrivare a un pieno riconoscimento
della dignità disciplinare dell’informatica umanistica, sia a livello teorico
sia a livello accademico-istituzionale, sono certo passibili di correzioni,
integrazioni, dibattito. Tale dibattito ha tuttavia, e credo non possa che avere,
un presupposto ineludibile: il riconoscimento del ruolo dell’informatica umanistica
è importante non solo e non tanto per la soddisfazione personale e accademica
di chi se ne occupa. E’ importante perché anche da esso dipende la capacità
della cultura umanistica di affrontare, e vincere, le sfide che l’attendono
nel nuovo secolo: senza rinunciare alla propria natura, e nel contempo proponendosi
come tradizione culturale viva e vitale.
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