Il
testo che segue costituisce la versione rivista per la pubblicazione
del mio intervento al seminario su Internet e politica, svoltosi
a Saint-Vincent il 18 e 19 maggio 2001. Gli atti del seminario sono
stati editi nel settembre 2001 a cura di Jader Jacobelli e per i
tipi dell'editore Rubbettino,
con il titolo Politica e Internet.
Che Internet sia, ormai da diversi anni, anche uno strumento
di comunicazione politica è fuor di dubbio. L’analisi delle
forme e dei modi di questa comunicazione è tuttavia appena iniziata
[1] , ed è resa particolarmente complessa dalla continua evoluzione
degli strumenti di rete. Nonostante tale evoluzione si rifletta
sempre con un certo ritardo (e talvolta attraverso il filtro di
mode e comportamenti imitativi) sulle risorse politiche disponibili
nel Web, le variazioni riscontrabili da un anno all’altro
– e talvolta da un mese all’altro – sono infatti
tali da rendere difficile l’identificazione di tipologie e
modelli stabili.
Pure, l’importanza della rete come veicolo di informazione
e interazione politica è chiaramente in crescita. I risultati di
un recente sondaggio, svolto dall’Ispo in collaborazione con
il portale tematico Polix, offrono al riguardo dati di notevole
interesse [2] . Come osserva Renato Mannheimer,
che questi dati ha analizzato, nel confronto con i media tradizionali
rispetto a qualità e rilevanza dell’informazione politica
la rete viene considerata “una fonte di informazione più vasta,
completa, diversificata e senza i troppi compromessi e vincoli cui
gli altri mezzi di comunicazione possono essere soggetti”.
In particolare, “l'elemento veramente innovativo di Internet
rispetto agli altri strumenti di comunicazione [risulta essere]
l'opportunità di raffrontare tra loro rapidamente programmi, iscritti,
prese di posizione emesse da fonti diverse”. Infine, un’attenzione
particolare è rivolta alle possibilità interattive offerte dalla
rete: “Solo Internet può offrire un'opportunità di relazione
interattiva efficace. Gli elettori si sono già abituati a questo
genere di utilizzo. I politici dovranno farlo, volenti o nolenti” [3] .
Proprio la qualità dell’interazione è stata spesso considerata
il criterio fondamentale per valutare l’effettivo interesse
di una risorsa politica di rete, dal sito di un partito o di un
candidato ai siti istituzionali o di informazione indipendente.
Io stesso, assieme agli altri autori dei manuali Internet editi
da Laterza, avevo suggerito di distinguere – nell’analizzare
i contenuti dei siti di partiti politici e candidati – fra
siti che “nell'impostazione, non si discostino in fondo dai
classici volantini o depliant, con programmi politici o biografie
e ritratti di candidati, deputati e leader” e siti “che
integrino nelle pagine Web sistemi interattivi” come forum
o sondaggi [4] . Queste categorie sono certo applicabili con lo scopo di una
prima, sommaria valutazione, ma mi appaiono oggi almeno parzialmente
inadeguate. Rischiano infatti di confondere due caratteristiche
concettualmente diverse di una risorsa di rete: la qualità e la
ricchezza dell’informazione (evidentemente assai bassa
nel caso dei cosiddetti siti-vetrina, quei siti che – per
restare in campo politico – potremmo forse meglio chiamare
siti-volantino o siti-manifesto) e la qualità e ricchezza dell’interazione.
In linea di principio, queste due caratteristiche non vanno confuse:
è ben possibile, infatti, avere siti che propongano un contenuto
informativo valido e articolato – rivelandosi dunque strumenti
utili e talvolta preziosi per la formazione delle opinioni e delle
scelte politiche – pur senza offrire (o offrendo in maniera
solo parziale) strumenti di interazione diretta con gli utenti;
così come è possibile avere siti altamente interattivi dal punto
di vista delle funzionalità offerte, ma mal articolati e contenutisticamente
poveri. D’altro canto, come vedremo, le stesse modalità dell’interazione
offerta possono variare di caso in caso.
E’ bene dunque, prima di valutare la qualità di un sito politico,
identificare la tipologia delle funzionalità da esso offerte. E’
sulla base di tale tipologia che sarà poi possibile distinguere
siti più o meno efficaci, più o meno innovativi, più o meno ricchi
di contenuti.
In questa prospettiva, proporrei di identificare cinque categorie,
corrispondenti a funzioni di base che possono essere svolte, isolatamente
o – più spesso – in maniera integrata e variamente coordinata,
dai siti Internet dedicati alla comunicazione politica.
- Funzioni informative
- Funzioni di servizio
- Funzioni di ‘political community’
- Funzioni di ‘information gathering’
- Funzioni propagandistiche o pubblicitarie
La prima categoria andrebbe intesa in senso piuttosto largo, facendovi
rientrare ovviamente informazioni di attualità, programmi e progetti
dei vari soggetti politici, profili dei candidati e quant’altro,
ma anche l’offerta di commenti politici da parte di osservatori
e opinionisti, la presenza di rimandi ad altri siti, le rassegne
commentate di risorse di rete.
Quanto alle funzioni di servizio, il riferimento più immediato
è ai siti istituzionali e della pubblica amministrazione in genere.
L’offerta di servizi al cittadino, dal controllo on-line della
propria posizione amministrativa all’espletamento di pratiche
burocratiche, possiede infatti una specifica valenza politica che
viene del resto generalmente – e giustamente – valorizzata
dai responsabili politici del servizio. Si pensi ad esempio all’importanza
attribuita negli ultimi anni dal Ministero delle Finanze alla possibilità
di compilare la dichiarazione dei redditi on-line, o al ruolo assegnato
agli strumenti telematici nel piano di semplificazione delle procedure
amministrative legato al nome del ministro Bassanini.
Se i siti della pubblica amministrazione rientrano a mio avviso
pienamente nella classe dei siti a rilevanza politica, funzioni
di servizio possono essere espletate anche dai siti di soggetti
politici quali i partiti o i sindacati e perfino da quelli di singoli
candidati. Rientrano ad esempio in questa categoria la possibilità
di iscrizioni o sottoscrizioni on-line, così come l’uso di
procedure di voto elettronico, ma anche il coordinamento delle attività
di campagna elettorale attraverso la distribuzione centralizzata
di materiali da riprodurre (ad esempio testi di volantini o manifesti).
La terza categoria individua funzioni di ‘political community’,
che possono essere pensate come il trasferimento in ambito politico
di quelle funzioni di ‘web community’ proprie di tanti
portali generalisti. Caratteristica peculiare e prioritaria del
rapporto di comunità instaurato attraverso il sito è in questo caso
la discussione politica, che si configura non solo e non tanto come
comunicazione verticale di ritorno, dal singolo cittadino al soggetto
promotore del sito (attraverso strumenti quali posta elettronica
o sondaggi), ma anche e soprattutto come comunicazione orizzontale
e reticolare all’interno di una comunità della quale l’utente
si sente membro attivo e partecipe. I forum di discussione costituiscono
lo strumento più immediato per questo tipo di comunicazione, che
può tuttavia sfruttare anche mezzi quali chat o mailing list. Scarsa
fortuna sembrano invece aver avuto nel nostro paese modelli quali
quelli dei focus groups o delle consensus conferences[5] , e in generale tutte le forme di interazione nelle quali
la discussione mediata da strumenti elettronici viene in qualche
modo regolata e indirizzata alla elaborazione di una proposta o
di una opinione comune, anziché alla semplice offerta di uno spazio
per lo scambio (più o meno libero) di opinioni individuali. Lo stesso
modello rappresentato dalle reti civiche, che avrebbe avuto bisogno
di sviluppare strumenti capaci non semplicemente di ‘dare
voce’ alle diverse opinioni, ma anche di stimolarne l’elaborazione
e la trasformazione in ipotesi di mediazione e – se del caso
– in vere e proprie deliberazioni, non è di norma andato oltre
l’uso dei forum tematici: strumento certo più efficace di
quello rappresentato dai forum generalisti, ma di norma comunque
incapace di produrre il necessario lavoro di rielaborazione collettiva
delle opinioni espresse.
La ‘political community’ che emerge dalle esperienze
di rete di questi anni è dunque una comunità nella quale si discute
molto e si conclude poco, perché mancano gli strumenti necessari
a passare dalla pura rassegna delle opinioni a conclusioni operative.
Una carenza, questa, che mi sembra comune sia ai siti appartenenti
alla sfera dell’e-government (in particolare per quanto riguarda
le amministrazioni locali, ovvero quelle rispetto alle quali –
per le minori dimensioni della popolazione interessata e per l’esistenza
di temi di discussione di interesse collettivo più immediati e concreti
– le aspettative erano maggiori), sia ai siti di partiti e
movimenti[6] . Resta
da stabilire quanta parte di questa situazione sia imputabile alle
caratteristiche degli strumenti tecnici utilizzati, e quanta alla
mancanza di volontà politica e di cultura di rete. A mio avviso
ognuno di questi fattori ha un proprio specifico rilievo. Da un
lato, va considerata l’assoluta inadeguatezza della maggior
parte dei software di gestione di forum e discussioni all’organizzazione
di una comunicazione effettivamente produttiva (è singolare notare
come l’organizzazione delle discussioni in alcuni siti di
carattere strettamente tecnico-informatico sia assai più efficiente
– in termini di organizzazione dei thread, visibilità
dei messaggi che hanno suscitato il maggiore consenso o la maggiore
discussione, ecc. – di quella utilizzata dai siti politici
nostrani, spesso puramente sequenziale). Dall’altro, l’impiego
di risorse (umane e finanziarie) nell’organizzazione e moderazione
di discussioni in rete non pare essere una priorità per i principali
soggetti del settore, che si limitano a usare i forum per ‘dar
voce’ ai frequentatori dei propri siti ma non sembrano voler
effettivamente coinvolgere questi ultimi in un processo comune di
elaborazione politica. Si arriva così ai casi-limite di quelli che
potremmo battezzare ‘forum autistici’. Nell’assenza
di strumenti efficaci per l’organizzazione della discussione,
talvolta l’inefficacia del forum deriva proprio dal suo successo.
Il sito di Repubblica.it ha ad esempio aperto un forum di discussione
relativo al risultato delle recenti elezioni politiche al quale,
nei giorni immediatamente successivi al voto, arrivava una media
di quattro messaggi al minuto: gli stessi partecipanti al forum
erano evidentemente nella totale impossibilità di seguire la discussione.
In tal modo il forum stesso si è trasformato in uno spazio nel quale
il ‘popolo della sinistra’ ha potuto dar voce alla propria
delusione (con una ‘richiesta di parola’ che costituisce
un dato certo interessante anche dal punto di vista politico) ma
nel quale non solo l’elaborazione politica, ma lo stesso confronto
delle opinioni erano praticamente impossibili.
Una quarta tipologia di funzioni che possono essere identificate
in molti siti politici è quella di ‘information gathering’,
ovvero – sul modello di quanto spesso avviene nel mondo del
marketing commerciale – di raccolta di informazioni sui ‘potenziali
clienti’ dell’offerta politica del sito. Indirizzi di
posta elettronica, preferenze e opinioni vengono in questo caso
di norma raccolti (anche attraverso strumenti quali i sondaggi on-line)
non tanto come momento di partecipazione attiva del frequentatore
del sito all’elaborazione di una strategia politica, quanto
con lo scopo di meglio conoscerlo. In questi casi l’interesse
del soggetto promotore del sito non è tanto quello di favorire la
creazione di legami di ‘community’ e di discussione
fra gli utenti, quanto quello di ‘assorbire’ individualmente
da questi ultimi informazioni considerate utili. Nei casi migliori,
queste informazioni aiuteranno a meglio conoscere e a meglio rispondere
alle esigenze dei cittadini-elettori; nei casi peggiori, solo ad
‘aggiustare il tiro’ della propria strategia comunicativa
e a ‘vendere meglio’ il proprio prodotto politico.
Infine, fra le funzioni attribuite in particolare ai siti di partiti,
movimenti, uomini politici un ruolo evidentemente importante è quello
dell’efficacia retorica e propagandistica, ovvero la dimensione
che potremmo dire ‘pubblicitaria’ del sito. Possono
evidentemente esserci siti ricchi di contenuto informativo ma poco
efficaci dal punto di vista della sua presentazione (scelte grafiche,
slogan, capacità di invogliare l’utente alla navigazione delle
pagine offerte, capacità di sottolineare i punti capaci di attirare
un maggiore consenso…), così come possono esserci siti efficaci
dal punto di vista grafico e retorico ma contenutisticamente poveri.
Fin qui, abbiamo cercato di identificare alcune fra le funzioni
principali attribuibili agli strumenti per la comunicazione politica
di rete, e in particolare ai siti Web. Resta da osservare che ovviamente
in molti casi uno stesso strumento può integrare più funzioni, o
svolgere funzioni diverse in contesti diversi. Le classificazioni
che abbiamo proposto vanno quindi considerate più come suggerimenti
interpretativi flessibili che come griglie chiuse e rigidamente
differenziate. La distinzione delle funzioni, tuttavia, può aiutarci
a valutare le caratteristiche e i punti di forza e di debolezza
di un sito. Rispetto a ognuna delle caratteristiche che abbiamo
proposto, infatti, un singolo sito può rivelarsi più o meno evoluto
e funzionale: la dimensione informativa può essere povera o ricca,
l’offerta di servizi può essere presente o assente (e più
o meno efficace), possono essere o non essere offerti strumenti
(più o meno adeguati e funzionali) di ‘political community’,
la dimensione dell’information gathering può essere anch’essa
presente o assente e più o meno ‘spinta’, e infine,
come si accennava, un sito può essere più o meno efficace dal punto
di vista della ‘vendita’ dei propri prodotti politici.
Le distinzioni proposte possono forse aiutarci anche a meglio precisare
la nozione un po’ elusiva di ‘portale’ politico[7]
: potremmo pensare di applicare questa etichetta a un sito che
unisca, in maniera efficace, almeno le prime tre fra le funzionalità
che abbiamo individuato: un contenuto informativo ricco e articolato,
alcuni servizi utili ai propri frequentatori, e strumenti di interazione
e di ‘political community’.
Gino Roncaglia
[giugno 2001]
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