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La ripresa della tradizione logica scolastica nella Germania delle theologische Streitigkeiten

 

Testo [non modificato] dell'intervento tenuto al convegno Pensiero medievale e modernità organizzato dalla Società Italiana per lo Studio del Pensiero Medievale, 12-13 settembre 1996.


L'espressione 'logica medievale' ha ormai probabilmente per la comunità degli studiosi una connotazione piuttosto definita, nonostante la pluralità di autori, opere, posizioni che possiamo inglobare in questa categoria, e nonostante il notevole lavoro di ricerca e di approfondimento che resta in molti casi da compiere. Assai più fluttuante e nebuloso, tuttavia, è il quadro che si presenta a chi si interessi di storia della logica non appena ci si avvicini al confine a noi cronologicamente più vicino di questa galassia teorica, e soprattutto non appena si tenti di attraversarlo. Dove (e quando) finisce la 'logica medievale'? E secondo quali categorie classificare e interpretare la riflessione logica del periodo immediatamente successivo?

Naturalmente, non è affatto ovvio che categorizzazioni rigide siano lo strumento migliore per cogliere, in questo come in altri casi, i volti spesso variegati della storia del pensiero. Pure, l'incertezza interpretativa, la difficoltà di stabilire rotte e punti di riferimento sicuri, l'abbondanza di terre inesplorate che lo storico della logica si trova davanti volendo percorrere il cammino che porta approssimativamente dalla metà del quindicesimo alla metà del diciassettesimo secolo, sono veramente notevoli, e meritano qualche considerazione. Tanto più che all'altro estremo del cammino sembrerebbe trovarsi nuovamente 'terreno solido', almeno per quanto riguarda la figura più rilevante della seconda metà del diciassettesimo secolo: la logica di Leibniz è infatti campo di studio abbastanza familiare, e relativamente ben esplorato.

Cosa c'è in mezzo? Alcuni tentativi di classificazione per la verità ci sono: Jenny Ashworth - l'ha ricordato Luca Bianchi nel suo intervento - caratterizza come post-medieval il periodo fra il quindicesimo e il diciassettesimo secolo[1] , concentrandosi soprattutto su un gruppo di maestri di tradizione scolastica attivi nel sedicesimo secolo. Una scelta terminologica apparentemente neutrale, almeno sotto il profilo della caratterizzazione teorica, ma che tende per altro verso a sottolineare i legami di molti fra gli autori da lei studiati con la tradizione logica medievale; Lisa Jardine si sofferma invece sugli autori che verso la tradizione logica medievale hanno un atteggiamento più esplicitamente critico - Valla, Agricola, Ramo - caratterizzandoli come humanist dialecticians[2] ;  il termine renaissance logic è usato abbastanza di frequente - ad es., accompagnato dal più specifico renaissance nominalism, da Jeff Coombs[3] nel discutere le teorie di un gruppo di autori che presenta larghe sovrapposizioni con quello analizzato da Jenny Ashworth; Wilhelm Risse utilizza l'espressione Logik der Neuzeit per comprendere tutto il periodo 1500-1780, ricorrendo a etichette specifiche - i cui confini sono di necessità spesso fluttuanti - per caratterizzare le diverse posizioni teoriche[4] . Risse distingue programmaticamente, fin dall'introduzione della sua Logik der Neuzeit, sette categorie: la logica retorica dei ciceroniani, l'aristotelismo ciceronizzante dei melantoniani, il ramismo, l'aristotelismo 'puro', lo scolasticismo, la scuola sistematica e quella lullista. Nel corso della trattazione, tuttavia, compaiono numerose etichette alternative (Rhetoridialektiker, Synkretisten, Humanistisch-Aristoteliker, Philippo-Ramisten, Eklektiker...). Va detto, peraltro, che Risse si concentra soprattutto sul problema dell'oggetto della logica: la scelta di classificare da questo punto di vista un autore nell'una o nell'altra delle categorie proposte, può risultare discutibile una volta che si esaminino le posizioni dell'autore in questione relativamente ad altri problemi.

Sappiamo bene che suddivisioni e categorizzazioni - spesso tutt'altro che pacifiche - non mancano neanche nell'ambito della logica medievale; tuttavia, l'impressione generale di un lettore che 'superi il confine' può senz'altro essere quella del passaggio da una situazione relativamente ordinata, con punti di orientamento definiti, a una situazione di grande disordine. Anche perché le molte 'logiche' che queste etichette caratterizzano si presentano spesso come radicalmente eterogenee nei presupposti, nelle finalità, nell'articolazione della trattazione, negli esiti teorici. Almeno in campo logico, si potrebbe quasi essere tentati di caratterizzare il passaggio tra medioevo e modernità proprio attraverso questo progressivo 'aumento dell'entropia'.

Quanta parte del quadro fin qui delineato dipende solo dalla scarsa familiarità del lettore contemporaneo con la logica del XVI e della prima metà del XVII secolo, e quanta corrisponde invece a un tratto specifico del periodo preso in considerazione? E - se realmente vi è stata - quali sono le radici e le caratteristiche della dispersione teorica appena ricordata? Vi è infine una questione valutativa - e dunque assai delicata - che è difficile evitare: davvero questa dispersione corrisponde a un impoverimento e a una perdita di interesse dei manuali logici del Cinquecento e del Seicento? Problema quest'ultimo, si diceva, difficile da evitare se perfino una studiosa come la già ricordata Jennifer Ashworth, che allo studio della produzione manualistica di questo periodo ha dedicato notevoli sforzi ed energie, nota in maniera piuttosto decisa che a suo avviso

generally speaking, nothing of interest to the logician was said after 1550 at the very latest. Indeed, (...) I have compiled a large list of logic texts from the period 1550-1650 which I shall be happy never to open again.[5]


Si tratta di questioni che non ho naturalmente la pretesa di esaurire in questo intervento, ma che vanno almeno ricordate volendo discutere del rapporto fra pensiero medievale e modernità in campo logico. L'osservazione abituale - e assolutamente corretta - secondo cui l'influsso della logica medievale - anche di quella più marcatamente 'tecnica', contro la quale soprattutto si erano scagliati gli autori di tradizione retorica e ramista - dura ben più a lungo di quanto non si tenda talvolta ad ammettere, costituisce infatti solo una parte del quadro complessivo: restano da capire le ragioni di questo fenomeno, e soprattutto la sua articolazione.

Nel seguito del mio intervento, affronterò alcuni di questi problemi dalla prospettiva specifica che mi è più familiare, quella della produzione logica di ambito universitario in Germania fra 1550 e 1650. Ci sono due aspetti che mi sembrano fondamentali, e che hanno una influenza diretta e difficile da sopravvalutare sulle opere che ho studiato: le metodologie e le forme istituzionali dell'insegnamento universitario da un lato, e il contesto politico-religioso - in particolare le controversie interconfessionali - dall'altro.

Per quanto riguarda il primo aspetto, va detto che le università della Germania protestante attraversano fra la prima metà del XVI e la prima metà del XVII secolo uno sviluppo nel quale possono essere distinte, pur senza traumatiche soluzioni di continuità, sostanzialmente due fasi. La prima metà del XVI secolo è segnata dal parziale abbandono di alcuni aspetti del tradizionale insegnamento 'scolastico' tardo-medievale e dall'assorbimento di elementi 'umanistici', con una notevole enfasi sull'insegnamento delle lingue classiche, la tendenza a privilegiare la retorica rispetto alla logica, e una apertura verso i nuovi indirizzi di filosofia della natura[6] . A cavallo fra la fine del XVI e l'inizio del XVII secolo si assiste invece a un ritorno a forme di aristotelismo più tradizionale, con una decisa accentuazione del ruolo della metafisica, il recupero della distinzione fra logica e retorica, e un'ampia utilizzazione di strumenti logici nell'ambito del discorso teologico.

Questo sviluppo potrebbe essere seguito in dettaglio attraverso molti indicatori, dall'evoluzione delle pratiche di insegnamento ai mutamenti nelle cattedre attivate dalle singole università, dai cambiamenti dei curricula didattici agli argomenti prescelti per le dispute accademiche. In parte, ho cercato di darne conto in altra sede[7] ; qui mi limiterò a ricordare qualche esempio, come l'introduzione e la successiva perdita di rilievo della declamatio, innovazione umanistica di ispirazione retorica e ciceroniana che per un breve periodo pare insidiare la disputatio nel ruolo di pratica scolastica fondamentale, o la vicenda davvero sintomatica della decisione di abolire i tradizionali gradi accademici di baccalaureus, magister e doctor, presa a Wittenberg nel 1523 (sulla scorta di Matteo 23,8: «ma voi non fatevi chiamare 'Rabbi', perché uno solo è il vostro maestro e voi siete tutti fratelli») ma rivista già nel 1533, con la reintroduzione del curriculum tradizionale[8] .

Un'evoluzione simile è riscontrabile in campo più strettamente logico. Com'è noto, Lutero aveva violentemente polemizzato contro la filosofia aristotelica, ed era stato assai critico verso il collegamento troppo stretto fra filosofia (e in particolare logica) e teologia[9] , collegamento che aveva costituito una delle caratteristiche principali della teologia scolastica. Ma già l'atteggiamento di Lutero verso la logica - da lui conosciuta attraverso Jodocus Trutvetter, probabilmente il più importante logico tedesco dei primi anni del XVI secolo - non era stato così negativo come la sua polemica antiaristotelica e antiscolastica potrebbe lasciar supporre: un dato, questo, già ben sottolineato da Theodor Dieter nel suo intervento. Del resto, Lutero stesso si considerava in qualche misura occamista, e aveva definito Ockham «scholasticorum doctorum sine dubio princeps et ingeniosissimus»[10] . Pur opponendosi al suo impiego nei settori più delicati della teologia, come la dottrina trinitaria, Lutero concordava sull'utilità della logica aristotelica nel campo della filosofia naturale, sostenendo tuttavia la necessità di riformarne l'insegnamento, abbreviandone e semplificandone la trattazione[11] . E' questo il compito che si assumerà Melantone[12] .

E' difficile sottovalutare l'importanza delle opere logiche di Melantone, non solo per la loro diffusione (fra il 1547, anno della prima edizione, e il 1600 gli Erotemata dialectices conoscono oltre cinquanta edizioni, e rappresentano il principale testo di logica della Germania luterana), ma anche per il fatto che esse mostrano uno sviluppo interno in qualche misura analogo a quello sopra delineato, e che avrebbe caratterizzato l'insieme della logica protestante nel corso del secolo seguente. Le prime due versioni della dialettica di Melantone - la Compendiaria dialectices ratio del 1520 e i Dialectices libri IV del 1528 - mostrano infatti una impostazione fortemente influenzata dalla dialettica 'umanista', e in particolare da Agricola. Ma gli Erotemata dialectices rivelano un mutamento di prospettiva: Melantone non nomina più Cicerone ed Agricola fra le proprie auctoritates, si pone l'obiettivo di seguire fedelmente l'insegnamento aristotelico, e sottolinea con decisione l'utilità della dialettica per la teologia[13] - una preoccupazione che torna in una reportatio delle sue lezioni di logica dell'epoca[14] . Come osserva Risse, si tratta di una logica «nelle sue assunzioni di base nuovamente scolastica, e non più umanistica»[15] - anche se va tenuto presente che gli influssi umanistici, pur se ridimensionati, restano ancora chiaramente avvertibili.

L'influsso della auctoritas di Melantone in campo logico è in parte rappresentato proprio da questo progressivo, cauto passaggio da una logica di impostazione prevalentemente umanista a una logica almeno parzialmente reindirizzata sui binari di un aristotelismo più tradizionale. Dal punto di vista strettamente dottrinale, peraltro, la logica di Melantone non si impone come modello rigido: già in Sarcerius, la cui Dialectica (1536) dipende direttamente da quella di Melantone, la trattazione di un problema centrale quale quello del rapporto copula-predicato si allontana da quella degli Erotemata[16] .

Vi sono almeno due fattori - uno interno e uno esterno - che debbono essere tenuti presenti nel cercare di spiegare la relativa scarsità di discepoli fedeli della logica melantoniana[17] . In primo luogo, è proprio l'impostazione pedagogica della logica di Melantone che impedisce che essa possa trasformarsi in un modello esaustivo dal punto di vista dottrinale: inevitabilmente, un'opera nata con intenti pedagogici finisce per lasciare spesso insoddisfatte le richieste di approfondimenti, e si presta d'altro canto a integrazioni ed esegesi a partire da punti di vista anche assai lontani l'uno dall'altro - basti pensare al fatto che agli insegnamenti di Melantone rimanderanno sia i cosiddetti filippo-ramisti, che tenteranno di conciliarli con le posizioni di Ramo[18] , sia molti 'aristotelici'.

In secondo luogo (e si tratta del fattore esterno) va tenuta presente l'importanza del confronto con la dialettica ramista, che accompagna lo sviluppo della logica protestante fino ai primi decenni del XVII secolo, intrecciandosi con gli influssi degli aristotelici italiani e spagnoli. L'avversione dei logici protestanti verso l'impostazione ramista si fa progressivamente sempre più decisa nel periodo che va all'incirca dal 1570 al 1640. Si tratta di un dato di fatto di estremo rilievo: se infatti la posizione protestante in quest'ambito si risolvesse tout court in una critica radicale della tradizione logica scolastica, Ramo potrebbe sembrare un naturale alleato. Per quali motivi si trasforma invece, e progressivamente, in uno degli avversari più ferocemente criticati? Certo, incidono anche i fattori religiosi: va ricordato infatti che Ramo era visto come un martire della causa calvinista, ucciso a Parigi nella notte di S. Bartolomeo, e non è un caso che ai tentativi di conciliare dal punto di vista teorico Ramo e Melantone corrispondesse in campo teologico-politico una certa vicinanza fra le posizioni calviniste e quelle dei 'filippisti'[19] , che nel nome di Melantone tendevano a contrapporsi ai luterani 'ortodossi'  o gnesioluterani. Spesso, i filippisti erano veri e propri 'criptocalvinisti', ed erano considerati dagli ortodossi alla stregua di pericolosi avversari[20] .

L'elemento fondamentale risiede tuttavia, a mio avviso, nel fatto che i logici luterani si rendono ben presto conto di aver bisogno di molti fra gli strumenti teorici scolastici - e proprio di quelli più impietosamente attaccati da Ramo. Fra i motivi della nuova svolta, un ruolo centrale è giocato dai contrasti interconfessionali. Può essere ricordata l'efficace (anche se indubbiamente un po' semplicistica) sintesi che di questo processo propone Edwald Horn, secondo il quale dopo l'iniziale fase umanistica i conflitti sull'interpretazione dei dogmi fra luterani e calvinisti e fra cattolici e protestanti «indeboliscono l'amore per la letteratura dell'antica Grecia e di Roma». Con l'attenzione centrata sulle tematiche connesse alle dispute interconfessionali, dato che i teologi erano per lo più preposti alle attività di insegnamento universitario, era naturale che la dogmatica divenisse il settore principale dell'insegnamento. Contemporaneamente, l'insegnamento del latino scritto e parlato «diveniva solo un mezzo per raggiungere un fine», quello del successo nelle dispute, che richiedeva il recupero della logica e della retorica scolastiche[21] .

Nel dibattito teologico, il campo cattolico, guidato dai Gesuiti, riesce così a imporre la scelta delle proprie armi, costituite in primo luogo dall'apparato teorico elaborato dalla cosiddetta 'seconda scolastica' spagnola[22] . I teologi protestanti, paladini di una religione che avrebbe voluto evitare le eccessive sottigliezze interpretative, non dispongono di armi altrettanto affilate, e devono rivolgersi, per pararne i colpi (e per colpire a loro volta), a quelle dell'avversario. Già i protagonisti di questa evoluzione mostrano di avere perfetta coscienza di una delle sue cause principali[23] : la filosofia aristotelico-scolastica è reintrodotta dai teologi protestanti perché essi ritengono «absque ea non posse cum Jesuitis recte disputari»[24] . Le stesse armi, peraltro, si prestavano perfettamente a essere usate non solo nelle controversie col campo cattolico, ma anche in quelle fra le varie confessioni protestanti, e in quelle interne allo stesso mondo luterano.

Nelle università tedesche dei primi anni del XVII secolo entrano così con prepotenza gli autori iberici - De Soto, Fonseca, i Conimbricensi, Suárez, Toledo, Mendoza, Vasquez, Pereira, Bannes - che propongono da un lato modelli di commentari aristotelici che la Germania protestante pareva aver messo da parte durante la prima fase della riforma, dall'altro e contemporaneamente modelli testuali nuovi, in primo luogo quello costituito dalle Disputationes metaphysicae di Suárez, pubblicate nel 1600[25] a Mainz (la prima edizione era apparsa nel 1597 a Salamanca).

La reintroduzione della metafisica nelle università tedesche avviene fra la fine del XVI e i primi decenni del XVII secolo, con estrema rapidità. Si tratta di uno sviluppo percepibile anche a livello istituzionale: se da un lato si moltiplicano le cattedre di metafisica - che nelle università di nuova fondazione, ad esempio Altdorf, sono subito introdotte come parte integrale del curriculum[26] - dall'altro si riduce fortemente l'enfasi sullo studio delle lingue classiche, e in particolare del greco; la lettura di Aristotele nel testo greco tende così a scomparire, sostituita da quella dei compendi[27] .

E' interessante notare, dunque, che almeno nel caso della 'scolastica protestante' tedesca non si può parlare in senso stretto di una pura continuità con la tradizione scolastica precedente. Si tratta piuttosto di un consapevole e volontario recupero, che segue alla soluzione di continuità rappresentata dalla ventata umanistica immediatamente seguente la riforma, una ventata che era arrivata a incidere sicuramente sui contenuti, e in parte anche sulle pratiche dell'insegnamento. Le università e i docenti protestanti hanno scelto di ritornare alla scolastica.

Anche come risultato di questo processo, la subordinazione degli studi filosofici alla teologia appare, in questa fase, in certo senso più forte che negli anni immediatamente seguenti la riforma.[28] Questo fattore può favorire la tentazione di considerare in qualche misura un 'regresso' lo sviluppo che ha luogo fra la fine del XVI e l'inizio del XVII secolo; Paulsen, ad esempio, vede in questo periodo la lotta fra una tendenza (sostanzialmente negativa) alla subordinazione della ragione alla fede, di matrice specificamente cattolica ma assorbita anche in campo protestante al momento della costituzione di una 'ortodossia', e una opposta (e positiva) tendenza «moderno-nazionale e realistica»[29] . Non si intende entrare qui in giudizi di questo tipo, sempre fortemente condizionati dai parametri di riferimento culturale dell'interprete; va tuttavia sottolineato il rischio che la percezione di un uso indubbiamente 'strumentale' - in funzione della ricerca teologica - delle teorie logiche e filosofiche, finisca per nascondere l'interesse dei risultati eventualmente conseguiti in tali campi.

Dal nostro punto di vista, preme piuttosto sottolineare che all'inizio del XVII secolo le università tedesche non si accontentano di recuperare, con la mediazione iberica e cattolica, molta parte dell'armamentario logico di tradizione scolastica, comprese sezioni forse poco sospettabili, dalle discussioni sugli insolubilia a quelle sui diversi tipi di oppositio, dalle teorie modali (il campo del quale mi sono più direttamente occupato) alla discussione sulla teoria delle relazioni: spesso approfondiscono e integrano questo materiale con elementi decisamente originali ed innovativi. In genere tale sviluppo è direttamente o indirettamente effetto dell'incontro fra una 'forma' rappresentata dai tradizionali strumenti logici di derivazione scolastica, e una 'materia' almeno in parte nuova, rappresentata dalle dispute interconfessionali sui dogmi. Ho cercato altrove[30] di documentare questo fatto con riferimento allo sviluppo che la discussione fra luterani e calvinisti sull'interpretazione della copula nella formula eucaristica hoc est corpus meum determina nel campo delle teorie sulla struttura della proposizione e in quello delle teorie modali. Si tratta di un caso che mi sembra particolarmente interessante, ma che non è isolato - e basta considerare la frequenza impressionante con la quale le proposizioni relative alle controversie sui dogmi sostituiscono, nei manuali logici, gli esempi assai più neutri di tradizione tardo-medievale al momento di fornire esemplificazioni o possibili controesempi delle regole logiche via via discusse.

E' proprio il collegamento strettissimo di logica e filosofia con la discussione teologica e le controversie interconfessionali - a loro volta strettamente connesse con la frammentazione politica (che si riflette anche nella lotta fra le singole università) - a provocare, nella Germania del periodo 1550-1650, un enorme aumento di quella che potremmo definire come 'microentropia teorica' (estrema varietà delle soluzioni proposte relativamente a singoli temi e problemi in campo logico), nel contesto di una uniformità di massima per quanto riguarda le pratiche scolastiche e la tipologia dei testi prodotti (manuali, raccolte di dispute, ecc.) e di una relativa (ma non assoluta) uniformità - perfino tra autori cattolici e protestanti - nelle tematiche affrontate.

Naturalmente, gli autori dei quali mi sono più direttamente occupato sono solo una piccola parte di quelli attivi nel periodo considerato, e la Germania costituisce un esempio estremamente significativo che tuttavia -  proprio per la particolare situazione di frammentazione politica e teologica del mondo universitario tedesco - non può essere acriticamente proiettato su altre realtà europee. Tuttavia, e con questa limitazione, mi pare che una osservazione conclusiva sia d'obbligo anche per quanto riguarda l'aspetto valutativo: conserva ancora un qualche interesse, al di là di quello meramente antiquario, la logica 'scolastica' tedesca del periodo 1550-1650? O su questo punto va condiviso il citato, drastico giudizio della Ashworth (che per la verità non aveva probabilmente in mente la produzione logica di ambito tedesco)?

Con tutte le cautele del caso, e ferma restando una notevole perplessità per la tendenza spesso eccessiva degli storici della logica a troppo valutare, e soprattutto a troppo spesso valutare utilizzando criteri del tutto esterni al periodo considerato, nel caso dei testi che ho studiato mi sentirei di dare un giudizio assai più positivo: almeno nel caso di alcuni autori e di alcune opere, gli elementi originali non mancano, e proprio la varietà quasi 'sperimentale' delle soluzioni proposte presenta motivi di interesse non solo strettamente tecnico. Pochi anni più tardi, sarà una varietà assai simile a caratterizzare il lavoro logico di Leibniz: un lavoro la cui natura spesso frammentaria rappresenta anche il tentativo da parte di una grande mente logica di 'provare' e vagliare le diverse e spesso divergenti possibilità teoriche intraviste nelle opere dei suoi immediati predecessori.

Gino Roncaglia [dicembre 1996]



[1] . E. J. Ashworth, Language and Logic in the Post-Medieval Pe­riod, Dordrecht, Reidel, 1974; Ead., Studies in Post-Medieval Semantics, London, Variorum Reprints, 1985.

[2] . L. Jardine, Humanism and the Teaching of Logic, in N. Kretzmann - A. Kenny  - J. Pinborg (eds.), The Cambridge History of Later Medieval Philosophy, Cambridge, Cambridge University Press, 1982, pp. 797-807.

[3] . J. Coombs, The Truth and Falsity of Modal Propositions in Renaissance Nominalism, PhD Diss., The University of Texas at Austin, 1990.

[4] . W. Risse, Die Logik der Neuzeit, voll. 2, I, 1500-1640, Stuttgart-Bad Cannstatt 1964, p. 12.

[5] . E. J. Ashworth, Language and Logic in the Post-Medieval Pe­riod, Dordrecht, Reidel, 1974, p. xi.

[6] . Anche se le critiche di ispirazione umanistica alla logica medievale sono già presenti nel corso del XV secolo, «l'opinione tradizionale che le scoperte e gli sviluppi della logica medievale siano stati messi in ombra durante il quindicesimo secolo da parte di una logica umanistica e orientata alla retorica, richiede notevoli revisioni e modifiche. (...) La mia conclusione sarà che la logica medievale, come tradizione vitale, scomparve in gran parte, ma che tale eclissi data da circa il 1530 (nella misura in cui una data specifica può essere utilmente individuata), piuttosto che dalla metà del quindicesimo secolo»: così E. J. Ashworth nel capitolo da lei curato The Eclipse of Medieval Logic, in N. Kretzmann - A. Kenny - J. Pinborg (eds.), The Cambridge History of Later Medieval Philosophy, Cambridge, Cambridge University Press, 1982, pp. 787-796, 787. A questa conclusione si può aggiungere che la stessa 'eclissi' della logica medievale - che in Germania si può probabilmente datare al periodo immediatamente successivo alla riforma luterana - è ben lontana, come vedremo, dall'essere totale o definitiva.

[7] . G. Roncaglia, Palaestra rationis, Firenze, Olschki, 1996, cp. 1.

[8] . Cfr. G. A. Benrath, Die deutsche evangelische Universität der Reformationszeit, in H. Rössler - G. Franz (Hrsgg.), Universität und Gelehrtenstand 1400-1800, Limburg/Lahn, Starke, 1970, pp. 63-83, p. 71.

[9] . Eloquente al riguardo è il Contra scholasticam theologiam del 1517 (in Martin Luther, Werke. Kritische Gesamtausgabe, Weimar, Böchlau, 1883-1912, vol. I, pp. 224-228).

[10] . Cit. in Risse, Die Logik der Neuzeit cit., I p. 81. Cfr. P. Petersen, Geschichte der aristotelischen Philosophie im protestantischen Deutschland, Leipzig, Meiner, 1921, pp. 116-117; B. Hägglund, Theologie und Philosophie bei Luther und in der occamistischen Tradition. Luther Stellung zur Theorie von doppelten Wahrheit, Lund, Gleerup, 1955.

[11] . Cfr. Risse, Die Logik der Neuzeit cit., I, pp. 80-82.

[12] . Sulla dialettica di Melantone e sulle sue fonti cfr. C. Vasoli, La dialettica e la retorica dell'umanesimo: 'invenzione' e 'metodo' nella cultura del XV e del XVI secolo, Milano, Feltrinelli, 1968, pp. 278-329; Risse, Die Logik der Neuzeit cit., I, pp. 82-107; F. Muller, Das Weiterleben der mittelalterlichen Logik bei Melanchthon und Jungius, in W. Harms - J.M. Valentin (Hrsgg.), Mittelalterliche Denk- und Schreibmodelle in der deutschen Literatur der frühen Neuzeit, Amsterdam-Atlanta, Rodopi, 1993, pp. 95-110.

[13] . «Nam inprimis in Ecclesia opus est prudenter cavere, ne diversae res commisceantur. (...) Hic satis apparet, valde necessariam esse diligentiam recte dividendi et definiendi, quae sunt opera dialectices»: Philippus Melanthonis, Erotemata dialectices, in C.G. Bretschneider (Hrsg.), Corpus Reformatorum XIII, Halis Saxonum, Schwetschke, 1846, col. 517. Oltre ai luoghi citati di Risse, si veda al riguardo il classico testo di E. Troeltsch, Vernunft und Offenbarung bei Johann Gerhard und Melanchthon, Göttingen, Vandenhoeck & Ruprecht, 1891, pp. 8-14.

[14] . «Si ulli generi hominum est opus dialectica, nobis in ecclesia opus est, quia versamur semper in collatione sapientiae humanae et divinae. Et tametsi aliquae sectae possint dialectica carere, tamen ecclesia carere nequaquam potest»: Rapsodiae in Dialecticam D. Philippi Melanthonis ipso autore praelegente, Cod. Lat. Mon. 26081, Staatsbibliothek München, f. 9, cit. in Risse, Die Logik der Neuzeit cit., I, p. 105.

[15] . Risse, Die Logik der Neuzeit cit., I, p. 89. Efficace, anche se eccessivamente estremizzata, è la rappresentazione che di questo ritorno alla tradizione fornisce F. Muller: «Si tratta di una svolta che può essere considerata a buon diritto una rivoluzione nel senso letterale del termine: non un sovvertimento, ma un “ritorno al punto di partenza attraverso un percorso circolare”» (Muller, Das Weiterleben cit., p. 101). Il progressivo riavvicinamento di Melantone alla tradizione aristotelica e scolastica non riguarda solo la logica, ma l'insieme delle sue posizioni filosofiche; si tratta di un processo la cui importanza è sottolineata da Petersen, Geschichte cit., pp. 19-108; cfr. anche, con riferimento alle teorie della proposizione, G. Nuchelmans, Late-Scholastic and Humanist Theories of the Proposition, Amsterdam, North-Holland, 1980, pp. 159-162. La tesi di una sostanziale continuità nello sviluppo delle trattazioni logiche melantoniane, che evidenzia negli Erotemata dialectices soprattutto l'accentuata attenzione al problema del metodo e l'influsso di Sturm, sembra invece difesa da C. Vasoli, La dialettica e la retorica cit., pp. 278-329 (cfr. in particolare pp. 325-329). Su queste tematiche cfr. anche G. Müller, Die Aristoteles-Rezeption im deutschen Protestantismus, in A. Buck (Hrsg.), Die Rezeption der Antike. Zum Problem der Kontinuität zwischen  Mittelalter und Renaissance, Hamburg, Hauswedell, 1981, pp. 55-70; S. Wollgast, Philosophie in Deutschland zwischen Reformation und Aufklärung, 1550-1650, Berlin, Akademie, 1988, pp. 131-132; R. Pozzo, Kant und das Problem einer Einleitung in die Logik, Frankfurt, Lang, 1988, p. 14.

[16] . Cfr. Risse, Die Logik der Neuzeit cit., I, p. 107. Sulla discussione del rapporto copula-predicato mi sono soffermato a lungo in Roncaglia, Palaestra rationis cit., cp. 4.

[17] . Su questo problema, cfr. Risse, Die Logik der Neuzeit cit., I, pp. 120-121.

[18] . Compito facilitato dal fatto che l'edizione della Dialectica ramista che ha maggiore influenza in Germania non è quella - più accentuatamente antimetafisica - del 1543, ma quella del 1572 «che si presenta come consapevolmente aristotelica, e pone in primo piano la dottrina del metodo»: U. G. Leinsle, Methodologie und Metaphysik bei den deutschen Lutheranern um 1600, in E. Kessler - C.H. Lohr - W. Sparn (Hrsgg.), Aristotelismus und Renaissance. In memoriam Charles B. Schmitt, Wiesbaden, Harrassowitz, 1988, pp. 149-161, p. 150.

[19] . Indicativo è il fatto che nello Hessen, i cui due langravi erano uno luterano e uno calvinista, fosse imposto per legge un piano di studi filippo-ramista: cfr. Wollgast, Philosophie cit., p. 143.

[20] . Non è possibile entrare in questa sede nei complessi dettagli delle controversie fra calvinisti, 'filippisti' e gnesioluterani in Germania; basti ricordare che nel dicembre 1562 aveva visto la luce, per iniziativa dell'elettore palatino Federico III, il cosiddetto Catechismo di Heidelberg, opera di sintesi che tentava di conciliare principi luterani, melantoniani, zwingliani e calvinisti, e che di fatto estendeva l'area di influenza zwinglio-calvinista in Germania (fu adottato, oltre che nel Palatinato, nella Frisia orientale, nei principati di Jülich, Kleve, Berg, Assia-Kassel, Anhalt, nel Wüppertal e nel Brandeburgo, a Brema, nella Prussia orientale e occidentale e in varie città imperiali). Questa diffusione contribuì a far percepire il filippismo, da parte dei luterani 'ortodossi', come un pericoloso 'cavallo di Troia' calvinista. Sul contenuto dottrinale e sullo sviluppo della contrapposizione fra filippisti e gnesioluterani, che ebbe l'importante conseguenza di determinare in Sassonia un'aspra contrapposizione fra l'università di Wittenberg, all'epoca di impostazione filippista e criptocalvinista, e quella di Jena, di impostazione gnesioluterana, cfr. E. G. Léonard, Histoire Générale du Protestantisme, Paris, Presses Universitaires de France, 1961-64; trad. it. di S. Cottarini, E. Martucci Romeo, A. Nacci, G. Picone: Storia del Protestantesimo, Milano, Il Saggiatore, 1971, vol. II, pp. 26-56, 307-309. L'università di Wittenberg tornò all'ortodossia alla fine del XVI secolo, dopo due crisi interne nel 1574 e 1591 (cfr. Ivi, p. 304), e fu poi assieme a quella di Leipzig in prima fila fra i difensori del campo ortodosso durante le polemiche contro le tendenze 'sincretiste' che si manifestarono nell'università di Helmstedt sotto l'influsso di Georg Calixt: cfr. Roncaglia, Palaestra rationis cit., p. 56 n. 3.

[21] . E. Horn, Die Disputationen und Promotionen an den deutschen Universitäten vornehmlich seit dem 16. Jahrhundert («Beihefte zum Centralblatt für Bibliothekswesen», Bd. 4 Hf. 11), Leipzig, Harrassowitz, 1893, p. 74.

[22] . «Dalla metà del sedicesimo secolo Lione era lo snodo principale, Anversa, Colonia e Magonza le più importanti filiali estere a partire dalle quali i libri dei pensatori ispanici si diffondevano in Europa. I territori conquistati al protestantesimo erano aperti a tali influssi: né i calvinisti né i luterani potevano permettersi di rispettare la massima Catholica non leguntur. I testi elementari di Melantone erano troppo mediocri per poter sbarrare la strada agli in folio spagnoli, carichi di energie filosofiche»: K. Eschweiler, Die Philosophie der spanischen Spätscholastik auf der deutschen Universitäten des 17. Jahrhunderts, in Spanische Forschungen der Görresgesellschaft, Bd. I (Gesammelte Aufsätze zur Kulturgeschichte Spaniens - Erste Reihe), Münster, Aschendorff, 1928, pp. 251-325, p. 265.

[23] . Non si intende naturalmente sostenere che le esigenze determinate dalle dispute interconfessionali siano state l'unica causa della fortuna in campo protestante della filosofia tardo-scolastica cattolica (e in particolare di quella iberica). Su questo problema cfr. Eschweiler, Die Philosophie cit., pp. 269-270, 300-302, che sottolinea maggiormente l'importanza dell'accordo della metafisica di Suárez con l' «intellettualismo pratico» che accomuna a suo avviso la teologia cattolica e quella protestante di questo periodo.

[24] . Georgius Hornius, Historia philosophica, Leiden, 1654, p. 315, cit. in E. Lewalter, Spanisch-jesuitische und deutsch-lutherische Metaphysik des 17. Jahrhunderts, Hamburg, Ibero-Amerikanisches Institut, 1935, p. 9 n. 2. La tesi è ripresa nel 1720 da Johann Hermann von Elswich: cfr. Eschweiler, Die Philosophie cit., p. 269; Lewalter, Spanisch-jesuitische, loc. cit., fornisce ulteriori citazioni sulla fortuna di questa tradizione storiografica, riassunta nella tesi secondo cui «la scolastica dei Gesuiti è stata recepita per poterli combattere con le loro stesse armi».

[25] . C. Lohr (articolo Metaphysics, in C. Schmitt - Q. Skinner - E. Kessler - J. Kraye (eds.), The Cambridge History of Renaissance Philosophy, Cambridge, Cambridge University Press, 1988, pp. 537-638, 627, presumibilmente sulla scorta di E. Weber, dà come data di pubblicazione della prima edizione tedesca delle Disputationes Metaphysicae il 1605. Si tratta di un errore diffuso, già segnalato in Eschweiler, Die Philosophie cit., p. 272 n. 40. Ancor più erronea la data del 1614 fornita da Petersen, Geschichte cit., p. 288.

[26] . Cfr. Lohr, Metaphysics cit., p. 624.

[27] . Cfr. Paulsen, Geschichte cit., p. 489.

[28] . Sul rapporto fra filosofia e teologia in Germania attorno al 1600 cfr. P. Althaus, Die Prinzipien der deutschen reformierten Dogmatik im Zeitalter der aristotelischen Scholastik, Leipzig, Deichert, 1914 (repr. Nachdr. Darmstadt, Wissenschaftliche Buchgesellschaft, 1967), pp. 10-17 e passim.

[29] . Cfr. Paulsen, Geschichte cit., pp. 466-467.

[30] . Roncaglia, Palaestra rationis cit., pp. 124-136; per una versione inglese di questa sezione (con lievi modifiche) si veda G. Roncaglia, Hoc est corpus meum: Logic and Theology in German 'Protestant Scholastics, in T. Koistinen – T. Lehtonen, Philosophical Studies in Religion, Metaphysics and Ethics. Essays in Honour of Heikki Kirjavainen, «Schriften der Luther-Agricola-Gesellschaft» 38, Helsinki, Luther-Agricola-Society, 1997.

 
 
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